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Titolo call: Problemi e metodi della storia della geografia in Italia
Testo call:

(Call dal CISGE, qui riportata integralmente)

 

Agli amici e soci del CISGE

Il Convegno

“Problemi e metodi della storia della geografia in Italia”

si
terrà a Ravenna, presso la Biblioteca Classense, nei giorni 10 e 11 giugno
2010.
Chiunque fosse interessato a partecipare con un contributo sulle questioni
ed i quesiti proposti, deve prendere contatto con il comitato scientifico
e organizzatore del convegno (proff. Claudio Cerreti, Paola Sereno e
Massimo Quaini) e inviare la proposta a ciascun componente il comitato. La
proposta, sufficientemente argomentata, dovrà pervenire entro il 30 marzo
p.v.
Per le informazioni sui contenuti dell’incontro si rimanda alla prima
circolare rivista e corretta (in calce).

Comitato scientifico e organizzatore:
Claudio Cerreti, ccerreti@uniroma3.it
Paola Sereno, paola.sereno@unito.it
Massimo Quaini, massimo.quaini@lettere.unige.it
Donatino Domini, direttore della Biblioteca Classense


Convegno CISGE «Problemi e metodi della storia della geografia in Italia»
(titolo provvisorio)
Ravenna, Biblioteca Classense, 10-11 giugno 2010

I Circolare



1. Questa prima circolare intende saggiare i soci ed amici del CISGE
sull’opportunità o meno di una preventiva discussione sulla impostazione e
le finalità del convegno, tenuto anche conto del fatto che la storia della
geografia italiana costituisce un terreno minato, come hanno dimostrato
anche le recenti iniziative di ricerca  riguardanti l’eredità scientifica
di Lucio Gambi.
La geografia italiana appare da alcuni anni poco incline alle discussioni
e perciò è giusto interrogarsi sulle modalità di un convegno che non
potrebbe non “prendere partito”: non per una “scuola” (ché le scuole,
soprattutto quando si cristallizzano sarebbero da abolire, a vantaggio di
ambiti disciplinari e di ricerca il più possibile fluidi), ma per un
indirizzo anzi direi un habitus scientifico che fuori d’Italia è
considerato normale.
La “pericolosità” delle ricerche di storia della geografia appare evidente
se soltanto si da retta al vecchio Goethe, che, nella Teoria dei colori
(1810), affermava che «la storia della scienza è la scienza stessa» e
tuttavia, quanto alla necessità di questa storia, ribadiva che «non si può
riconoscere in maniera chiara quanto si possiede [come patrimonio
scientifico], fin quando non si sa riconoscere quanto prima di noi altri
possedettero». Per ultimo aggiungeva: «Ma era del tutto impossibile
scrivere una storia della teoria dei colori o anche soltanto prepararla,
fino a quando si reggeva la teoria di Newton». In altri termini, le
relazioni fra storia della nostra disciplina e paradigma scientifico
normale sono di tutta evidenza.
Su tutte le implicazioni di questi temi più generali e “politici”
compariranno, nel prossimo numero di «Geostorie», un articolo mio e uno di
Claudio Cerreti per approfondirli e rispondere all’intervento di Emanuela
Casti comparso sull’ultimo numero della «Rivista Geografica Italiana».

2. Qui e ora provo a circoscrivere l’ambito più ampio della problematica
che dovremo affrontare nel convegno da organizzare a Ravenna nella data
indicata.
Per cominciare avanzo una prima ipotesi sulle ragioni della scarsa fortuna
in Italia degli studi sulla storia della geografia.  Se la storia della
geografia, come genere “letterario” e ancor più disciplinare (quanti
insegnamenti esistono in Italia di Storia della geografia?), non ha goduto
di molta fortuna nel nostro paese, anzi ha avuto un blocco assai evidente
a confronto delle ricerche che sono fiorite nei più importanti paesi
(particolarmente in Gran Bretagna e Francia), la ragione sta probabilmente
nel “paradigma” che ha dominato in questi ultimi venti anni e si è
rivelato sostanzialmente indifferente alla storia e al massimo incline ad
una storia della geografia schiava dell’ultima e più diffusa teoria
geografica.
È un fatto che, come ebbe a dire Paola Sereno nel 2006, la storia della
geografia, che si è finora fatta nel nostro paese, non si è ancora
orientata «vers une formulation plus authentiquement historiographique qui
s’est développée autour de quelques noyaux de condensation dans un cadre
plus ample d’histoire de la culture» e che è invece propria degli
indirizzi maturati a livello internazionale dopo il 1998 .
Se questa ipotesi è fondata, il primo compito di un convegno che abbia
l’ambizione di porre le condizioni per un salto di qualità, consiste nel
tentativo di smantellare, per usare ancora un’espressione goethiana, la
Bastiglia mentale dell’antistoricismo che, complice prima la geografia
neopositivistica e poi quella cultural-spiritualista, ha finora
imprigionato le indagini di storia della geografia. In altri termini e per
usare il linguaggio figurato della letteratura, noi dobbiamo capire
attraverso quali vie e con quali metodi si evade da questa fortezza.
Ricordate Il Conte di Montecristo nella versione di Calvino? Vengono
descritti due percorsi metodologici: quello di Edmond Dantès che per
evadere dalla fortezza di If tenta di costruire la mappa attraverso un
processo di progressiva astrazione, passando per mappe sempre più
disincarnate, e quello del più simpatico abate Faria che usa il terrestre
ed empirico metodo dello scavo, ma, essendo senza bussola, ottiene solo il
risultato di continuare ad avvolgersi su sé stesso.
Esiste tra questi due estremi – quello del positivismo storiografico e
quello dell’idealismo astratto che ragiona per categorie ideali e
generalizzazioni – una via di mezzo? Il convegno dovrà verificarne
l’evidenza. In effetti esiste ed è sempre esistita una storia del sapere
che si propone compiti modesti ma certo più duraturi di ciò che potrebbe
chiamarsi una filosofia della storia della geografia. Già Goethe
pretendeva la storia e non la filosofia: «da chi intende consegnare la
storia di un qualsiasi sapere possiamo con diritto esigere notizia di come
i fenomeni siano progressivamente divenuti noti, di quanto riguardo a essi
si è fantasticato, supposto, creduto e pensato». Questa prospettiva è oggi
prossima alla costruzione di quella geografia storica delle geografie
verso la quale anche Paola Sereno ci invita ad andare.
A chi è aduso alle grandi e brillanti sintesi e disprezza le fatiche della
ricerca locale sui contesti socio-culturali, può sembrare un compito
facile e banale. Non è così: ci vuole tutta la leggerezza di chi non ha la
pretesa assurda di fare “storia” per sempre o di aver già detto tutto il
dicibile. La “leggerezza” di Calvino e di Gambi, oltre a quella professata
da Goethe quando rifiutava la pesantezza della scuola newtoniana e i
compiti esorbitanti dati alla storia del sapere: «Se, con felice
equilibrio di energia e abilità, ci riuscirà di radere al suolo quella
bastiglia e guadagnare uno spazio libero, rimarrà lontana da noi
l’intenzione di ingombrarlo subito costruendo un nuovo edificio. Di esso,
piuttosto, intendiamo servirci allo scopo di offrire una bella successione
di molteplici forme».
Questo potrebbe, in effetti, essere il programma che il Convegno propone
alla comunità dei geografi italiani: utilizzare lo spazio libero per
offrire non nuovi barocchi edifici dogmatici o “normali” ma “una bella
successione di molteplici forme” in continuo divenire.

3. Nel testo citato di P. Sereno si parla di “nuclei di condensazione”
attorno a cui, in un quadro non strettamente disciplinare ma di storia
della cultura, si sono sviluppati fuori d’Italia i nuovi indirizzi di
ricerca autenticamente storici. Questi nuclei tematici sono così definiti:
- rapporti fra sviluppo della scienza geografica e espansionismo coloniale
europeo;
- ruolo della geografia nella formazione delle identità nazionali;
- i rapporti con l’educazione geografica, le scuole nazionali e le
istituzioni geografiche;
- i processi di costruzione delle conoscenze geografiche in rapporto ai
viaggi di esplorazione;
- i luoghi di produzione del sapere geografico, le reti e i flussi della
sua disseminazione.
A uno sguardo sommario sul primo tema si può forse dire che anche se c’è
ancora molto da fare in Italia, non c’è, almeno fra i geografi, molto
interesse ad indagare con nuove metodologie i rapporti con il
colonialismo; così come anche sul ruolo della geografia nel Risorgimento e
nella  costruzione di una identità nazionale (indagini che oggi, magari
nell’ambito delle celebrazione dell’Unità italiana, dovrebbero comunque
essere impostati in stretta collaborazione con gli storici
contemporaneisti e del Risorgimento). Anche i rapporti della geografia con
il mondo dell’educazione non hanno sul terreno storico suscitato molta
attenzione. Più interessante potrebbe essere riprendere, in un’ottica
metodologicamente più avvertita, il rapporto fra sviluppo delle geografia
e la storia dei viaggi e delle esplorazioni che in passato ha dato molti
frutti.
La mia proposta è porre al centro del nostro convegno, come filone più
meritevole di attenzione, l’ultimo punto: l’indagine sui luoghi di
produzione del sapere geografico e delle reti più o meno ampie che hanno
contribuito tanto alla sua formazione quando alla disseminazione entro un
quadro storico che va dal tardo Settecento allo scadere del Novecento e
può aprirsi tanto alla scala europea (flussi, influssi, riflussi e utili
comparazioni fra diverse nazioni), quanto a quella nazionale e soprattutto
a quella regionale, perché solo a questa scala si raggiunge
l’approfondimento necessario per dissolvere luoghi comuni e immagini
stereotipate. L’invito ad arrivare alle soglie del nostro secolo equivale
a praticare l’esercizio, solo a prima vista impossibile, di lavorare con
categorie e metodi rigorosamente storici anche sul presente di cui
facciamo parte integrante.
Come si vede, sarei incline a lasciare la libertà di uno spettro molto
vasto di scale spaziali e temporali e in fondo anche di temi, invitando
tutti a mantenere ferma un’unica discriminante: quella che deve alimentare
un progetto di ricerca che mira a riorientare gli studi del sapere
geografico in un’ottica autenticamente storiografica e entro il quadro
della storia sociale e culturale; nella consapevolezza che questa
costituisce il contesto imprescindibile delle pratiche e conoscenze
territoriali e geografiche che fanno capo a istituzioni, agenti e soggetti
che a vario titolo si confrontano con e nello spazio geografico. Se poi in
questo quadro si privilegeranno le figure dei geografi più titolati, sarà
importante non scioglierli dal loro contesto e dalle molteplici
connessioni con la società del loro tempo non meno che con la tradizione
disciplinare e scientifica.


Genova, 30 gennaio 2009

                                               Massimo Quaini

Deadline: 30/03/2010
Italia/Estero: Italia
Paper/Libro/altro: Paper

Modificato il : 10/02/2010 18.20 Modificato da: Massimiliano Tabusi
Creato il : 10/02/2010 18.20 Creato da: Massimiliano Tabusi

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