lunedì 18 dicembre 2017     |
 Queer Theory ed eteronormatività Riduci

Queer studies, che con la critica femminista hanno in comune il ricorso alla matrice psicoanalitica relazionale e post-strutturalista, hanno dato impulso alla comprensione del genere come paradosso e alla sua decostruzione, portando l’attenzione sul ruolo delle strutture sociali nella formazione del concetto di eteronormatività.

Con il termine eteronormatività si intende la naturalizzazione dell’eterosessualità quale ‘normale’ espressione delle relazioni sessuali. Attraverso l’analisi di questo concetto, i Queer studies hanno saputo mettere in discussione la sessualità normativa, ovvero ciò che viene considerato ‘giusto’ e ‘normale’ – e quindi acquisisce il diritto di essere manifestato all’interno dello spazio pubblico - e riflettere sulle diverse violazioni delle regole di sessualità e di genere (Wiegman, 2006). La prospettiva dei Queer studies ha avuto il merito di mettere in discussione le etichette sessuali, evidenziando le declinazioni multiple e creative del desiderio e dei suoi oggetti. Il termine rimanda alla fenomenologia dello ‘strano’ e di tutte le sue accezioni (eccentrico, dubbio, poco chiaro, deviante), fino a prendere le connotazioni dispregiative che ne ha dato la lingua dell’eterosessualità normativa. La critica della pretesa universalità e naturalità del paradigma eterosessuale egemone ha quindi ripreso il termine per riabilitarlo, conferendogli una connotazione positiva (Dimen e Goldner, 2006).
I teorici queer si propongono, nelle loro riflessioni, di esercitare una funzione sovversiva dell’ordine prestabilito che opprime le voci e le identità altre e di giocare con i codici e con i simboli dell’eterosessualità. Questi concetti vengono tracciati per la prima volta in maniera sistematica nel libro di Judith Butler Gender Trouble del 1990, uno dei manifesti della queer theory. Decostruzione della categoria dell’identità, analisi della costituzione del corpo sul confine fra materialità e linguaggio, critica del paradigma normativo eterosessuale e dei dispositivi di inclusione/esclusione, accettazione/abiezione che esso comporta, critica del potere e del biopotere sono gli assi principali del lavoro di Butler, che sul piano politico sfocia in una strategia di radicalità democratica basata sulla destabilizzazione e sullo shifting delle identità. Butler si schiera contro l’impostazione femminista della differenza, affermando la necessità primaria di combattere il paradigma eterosessuale. Lo sforzo di delimitare e definire il sesso che ha accompagnato tutta la cultura occidentale impedisce, infatti, di comprendere a fondo le relazioni di potere ad esso legate. La tesi esposta nel suo lavoro successivo, Bodies that Matter (1993), è che l’egemonia maschile discenda direttamente dall’egemonia eterosessuale, che ha radicato il binomio maschile/femminile.
L’eterosessualità istituzionalizzata è stata studiata soprattutto in relazione al suo ruolo nel regolare l’omosessualità. Per esempio, un’analisi comparata di comportamenti che ‘trasgrediscono’ la logica binaria del rapporto di genere, come drag queen occidentali e hijras[1] del subcontinente indiano, evidenzia la specificità geo-culturale di tali distinzioni, dimostrando in modo ancora più evidente il carattere socialmente costruito della eterosessualità normativa (Suthrell, 2004).
Non bisogna tuttavia tralasciare l’impatto aggressivo dell’eterosessualità normativa sulla stessa eterosessualità. Tale aspetto, invece, è stato a lungo ignorato. Per colmare questa lacuna, le femministe hanno cominciato ad analizzare come l’eterosessualità normativa influenzi le vite degli eterosessuali. Il concetto di ‘eterosessualità compulsiva’, che si è sviluppato grazie al lavoro del 1980 di Adrienne Rich, potrebbe essere visto come il precursore del concetto di eteronormatività. Rich si chiede: «perché l’eterosessualità non è vista come una scelta ma solo come un fatto biologico? Può l’eterosessualità rappresentare una scelta o si tratta di un’imposizione sociale e politica? L’eterosessualità, come la maternità, è un’istituzione politica eccessivamente strutturata?» (cit. in McDowell e Sharp 1999, p.37).

Queste considerazioni dimostrano quanto il discorso eteronormativo sia coercitivo nel mondo occidentale. Come prescrive i comportamenti ‘da non assumere’, allo stesso tempo codifica in maniera netta i comportamenti considerati ‘normali’ e ‘giusti’. Rappresenta, per definizione, una relazione di genere, che ordina in modo binario non solo la vita sessuale, ma anche la divisione tra lavoro domestico ed extradomestico e gestione delle risorse; non definisce dunque solo la pratica sessuale normativa, ma anche il ‘normale’ modo di vivere (Jackson, 2006). L’identità eterosessuale influenza il controllo fisico del corpo femminile, ma anche il controllo maschile delle istituzioni statali e della cultura egemone (McDowell e Sharp, 1999); si traduce pertanto anche in una gestione degli spazi fortemente normativizzata, soprattutto per quanto riguarda la pianificazione e la progettazione degli edifici pubblici, i cui ambiti interni, che siano bagni, palestre, toilette[2], carceri, o carrozze ferroviarie (come avviene in India), vengono divisi in funzione del fatto che gli utilizzatori siano uomini o donne. Per questa ragione, molti lavori geografici analizzano come l’eterosessualità si iscriva spazialmente, ovvero come il concetto si traduca in una spazializzazione delle relazioni sociali di genere.

 

Da Borghi Rachele e dell'Agnese Elena (2009). "Genere". In Geo-grafie. Milano: Unicopli.



[1] Il termine hijra in urdu significa ermafrodita; usualmente tradotto nella letteratura anglosassone come ‘eunuco’ e in quella italiana come transessuale, non sta in realtà ad indicare una ‘categoria’ di persone nettamente identificabile in termini biologici, ma una collettività di individui, presente all’interno della complessa società indiana almeno dall’XI secolo, i cui membri si autodefiniscono ‘né uomini, né donne’ e vivono in comunità separate (Agrawal, 1997).
[2] A molte donne sarà capitato di fare lunghe file di fronte alla porta della ‘toilette delle signore’, a fronte di bagni destinati agli uomini vuoti. Cosa spinge una persona a perdere parte del suo tempo (ovviamente prezioso nella concezione occidentale …) quando potrebbe velocizzare il tutto accedendo ad uno spazio che in definitiva assolve alla stessa funzione ed è spesso speculare? Si può forse spiegare con il concetto foucaultiano di governamentalità? Si pensi, anche, alla convinzione che gli uomini sporchino maggiormente i sanitari, quasi che ‘il senso del pulito’ sia iscritto nei geni femminili e non in quelli maschili.

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 Bibliografia Riduci

Barber, S.M. e D.L. Clark cura (2002). Regarding Sedgwick: Essays On Queer Culture And Critical Theory. New York: Routledge.

Butler J., Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, New York, Routledge, 1990, tr. it. Scambi di genere, Milano, Sansoni, 2004.

Butler J., Bodies that Matter: On the Discursive Limits of ‘Sex’, New York, Routledge, 1993, tr. it. Corpi che contano. Milano, Feltrinelli, 1996.

Cusset, et al. (2003). Queer: repenser les identités. Parigi: PUF.

Dimen M., Goldner V., La decostruzione del genere, Milano, Il Saggiatore, 2006.

Garrity, J. (2007). Queer Space. Boulder: University of Colorado.

Giffney, L. e M. O'Rourke cura (2009). The Ashgate Research Companion to Queer Theory. Ashgate.

Jackson S., Interchanges: Gender, sexuality and heterosexuality: The complexity (and limits) of heteronormativity, «Feminist Theory», 1 (2006), Vol. 7, pp.105–121.

Hubbard P., Sex Zones: Intimacy, Citizenship and Public Space, «Sexualities», 1 (2001), Vol. 4, pp.51-71.

McDowell L., Sharp J.P., A feminist glossary of Human Geography, Londra, Arnold, 1999.

Morland, I. e Willox A. (2005). Queer Theory. New York: Palgrave McMillan.

Scherer, B. (2010). Queering Paradigms. Oxford: Peter Lang.

Suthrell C., Unzipping Gender. Sex, Cross-Dressing and Culture, Oxford, Berg, 2004.

Wiegman R., Interchanges: Heteronormativity and the desire for gender, «Feminist Theory» 1 (2006), Vol. 7, pp.89–103.

  

 

 

 

 

 

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