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GEOGRAFIA E UNIVERSITÀ

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 Ragionamenti attorno alla geografia e all'università Riduci

 
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Nuovo messaggio 12/01/2010 20.34
L'Utente non è in linea Muscarà
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Valutazione e dintorni 

Il dibattito epistolare che segue ha messo in luce alcune delle incongruenze e dei paradossi delle numerose riforme dell’Università che si sono succedute nel nostro Paese dal 1968 e che si sono accelerate specialmente nell’ultimo decennio. Speriamo, rendendolo pubblico, che sia possibile estenderlo e approfondirlo.

Sarebbe prezioso, peraltro, che la discussione uscisse dal semplice riconoscimento dell’accaduto e dalla denuncia delle incongruenze e dei paradossi, e cercasse di proporre delle risposte, nella speranza di produrre una ricaduta positiva sulla nostra attività di studiosi e di docenti, se non addirittura una “linea ufficiale della geografia italiana”.

Si potrebbe, in questa prospettiva, provare ad affrontare distintamente più questioni – tra quelle originate dal rapido mutamento del sistema universitario italiano – possibilmente mantenendosi nello specifico disciplinare geografico, che è quello che conosciamo meglio. A titolo di esempio, una questione che ancora e sempre occupa il centro della problematica didattica geografica, e che non pare aver trovato risposta, è se l’insegnamento universitario debba proseguire il percorso (informativo) adottato nelle scuole o se si debba privilegiare un insegnamento finalizzato all’apprendimento di un metodo. Ma molti altri sono, certamente, gli argomenti che urgerebbe affrontare.

 
Nuovo messaggio 12/01/2010 20.36
L'Utente non è in linea Muscarà
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Valutazione e dintorni (1) 
Modificato Da Tabusi  in 12/01/2010 22.22.33)

 
Roma, 1.12.09
 
Caro Cerreti,
 

ho letto con molto interesse l’articolo Valutarci [fare click QUI per il testo] che ha scritto per l’ultimo numero del Bollettino della SGI e mi congratulo molto per il coraggio che ha avuto di dire pane al pane e vino al vino.

 

Non era certo conveniente aggiungere che tutto questo è figlio del 68 e delle varie riforme che, ripercorrendo quel filone, hanno devastato l’università italiana cominciando da Berlinguer.

 

Il fatto si è che, partite sportive a parte, una misura del livello cui è giunta la nostra università diventa utile come constatazione del fatto, da cui dovrebbe partire ogni progetto di ripristinare un edificio semidistrutto (colleghi che scrivono con errori di ortografia). Vedo un solo percorso: quella liberalizzazione (con la perdita del valore legale) insieme ad un efficace sistema di borse di studio e prestiti per i migliori. Non dispero e continuo a lavorare.

 
Cordialmente
 
Calogero Muscarà
 
 
 
Nuovo messaggio 12/01/2010 20.44
L'Utente non è in linea MegMag
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Valutazione e dintorni (2) 
Modificato Da Tabusi  in 12/01/2010 22.28.22)
                                                                                              sabato 5 dicembre 2009 23.14
 
Caro Professore,
 
la prego innanzi tutto di volermi perdonare se rispondo alla sua lettera con una mail.
In secondo luogo, la ringrazio per le espressioni di apprezzamento per quel mio intervento sull’ultimo fascicolo del “Bollettino”.
 
Aggiungo a questo, se mi permette, un paio di considerazioni.
 
È vero che manca un vero riferimento al ’68, nel mio ragionamento, ma non perché lo avessi considerato inopportuno. Lei ha avuto la bontà di riconoscere un certo ‘coraggio di dire pane al pane’, in quello che ho scritto: non dubiti che, se avessi pensato che al ’68 in quanto tale (in quanto cioè movimento di rivendicazione, confusionario ma sentito) vadano imputate delle responsabilità nello sfacelo dell’università italiana, l’avrei scritto.
In realtà ho già scritto altrove (*) che non tanto alle pretese (velleitarie, anacronistiche, da ‘fuga in avanti’) del movimento sessantottino vanno ascritte quelle responsabilità, ma ben piuttosto alla risposta politica (inetta, demagogica, farisaica) che in quella fase la dirigenza di centrosinistra trovò meno gravoso e più ‘politico’ dare. Lei ricorderà bene, come lo ricordo io, che di punto in bianco venne liberalizzato l’accesso all’università, senza nessunissima formalità se non fare domanda di iscrizione, quale che fosse la formazione scolastica di provenienza. E di qui vennero da un lato la massificazione dell’istruzione universitaria (con il corollario della saturazione delle strutture, dell’inadeguatezza dei servizi, dell’insufficienza numerica dei docenti, della moltiplicazione dei precari ecc. ecc.) e dall’altro lato l’abbassamento progressivo della qualità del sapere impartito, acquisito e verificato (e non parlo dei 18 politici, che furono una tragica farsa, ma in fondo molto circoscritta: parlo della tendenza, demagogica, buonista e ‘familista’ con cui quasi tutti i docenti e soprattutto le dirigenze universitarie e ministeriali si accinsero da subito a valutare ‘con benevolenza’ quei poveri cristi semianalfabeti che si affacciavano alla prospettiva del sapere ‘vero’ e della promozione sociale che ne sarebbe conseguita: una vera, vergognosa, ributtante truffa ai danni degli studenti e delle rispettive famiglie...).
Nessuno, all’epoca, nella dirigenza di centrosinistra o altrove – che io ricordi – disse con la sufficiente (benché impolitica) chiarezza che il perito industriale (per quanto sensibile amante della letteratura) che avesse scelto di iscriversi a una Facoltà di Lettere avrebbe sudato sangue per laurearsi (male) in non meno di 7-8-9 anni... dovendo prima di tutto recuperare il background culturale omogeneo e necessario, quello che la sua formazione scolastica non gli aveva fornito. E nessuno, tanto meno, ebbe il coraggio civile di subordinare l’iscrizione (in una facoltà ‘non omogenea’ al percorso di formazione scolastica) a una qualche formazione preuniversitaria di ‘perequazione’. Grosso modo, il ragionamento fu: «Vogliono iscriversi tutti? facciano, si iscrivano, così non protesteranno più – poi si accorgeranno, e tanto il mercato farà la sua selezione...». Questa fu una risposta politica demagogica, vile, cialtrona, sprezzante e certo non rispettosa della reale intenzione dei cittadini. Come si dice a Roma: «Contenti e canzonati». Io ne ho conosciuti, ne ho frequentati di quegli studenti ‘non omogenei’ (sono i miei coetanei, la mia generazione) e di loro ricordo a perfezione lo sconcerto, il senso di abbandono, la mancanza di riferimenti, la fatica, la frustrazione... una frustrazione che si sono portati dietro per la vita, spesso senza nemmeno la meschina soddisfazione di guadagnarsi, alla fin fine, lo sperato ‘pezzo di carta’. La dirigenza politica di allora ha dato la stura, con questo gesto – populista, e non democratico; lassista, e non liberale – all’involuzione dell’università italiana.
È stata questa risposta demagogica la causa dello sfacelo universitario, non la domanda di liberalizzazione e di democratizzazione, che in sé era legittima come qualsiasi domanda politica, ancorché fosse in anticipo sui tempi e fosse scalibrata rispetto al quadro sociale italiano. Rispetto a quella domanda politica si sarebbe potuto e dovuto negoziare una road map sensata e graduale. Consentire a chiunque di iniziare un percorso universitario qualsiasi, quando ancora l’alfabetizzazione di base del Paese era assai lontana dall’essere realizzata, fu un modo per aggirare l’ostacolo, per evitare il confronto. E del resto la vicenda, se letta in chiave storica, non stupisce per nulla, essendo nella più perfetta e pura prassi democristiana – fedeli alleati compresi.
 
È anche vero che non faccio esplicito riferimento alle riforme universitarie – mancandomene lo spazio, non l’intenzione. Ma anche in questo caso, avevo già provveduto anni fa (nello stesso testo già segnalato) a ricordare come la 382 – incredibile parto moderno, democratico e lungimirante di un Parlamento che probabilmente era in quel momento molto distratto – sia stata smantellata silenziosamente nel giro di pochissimi anni dal solerte funzionariato ministeriale, con il vigoroso sostegno delle baronie di tutta Italia. Fu smontata pezzo a pezzo. I pezzi rimasti furono applicati in modo che non potessero funzionare... Ricorda l’istituzione dei Dipartimenti? Giusta o sbagliata che fosse, come soluzione (ma era ed è la soluzione più diffusa fuori d’Italia, bisogna pur ammetterlo), prevedeva nei fatti che le Facoltà fossero progressivamente svuotate di senso politico e di funzione operativa. I Dipartimenti ‘prefiguravano’ la scomparsa delle Facoltà. Così come alcune norme della 382 ‘prefiguravano’ di necessità l’abbandono del valore legale della laurea. Quale fu la soluzione della dirigenza politica e del Ministero? Lei lo ricorderà meglio di me: fu creare confusione, intrecciare le funzioni e le responsabilità: che tutto cambiasse in modo che non cambiasse nulla. Puro democristianismo... con il vantaggio di moltiplicare le istanze e le medagliette per baroni e baronetti (presidenze di Facoltà, direzioni di Dipartimenti, presidenze di corsi di laurea, di commissioni varie...). È colpa della 382? O del modo in cui scientemente (non) fu attuata?
E veniamo alla riforma Berlinguer-Zecchino. Che non amo affatto, tanto vale che lo dica subito, malgrado alcuni elementi positivi che a mio avviso contiene. Ma che, una volta tanto, fu preceduta da un dibattito durato anni, all’interno della Commissione Martinotti e all’interno del mondo universitario in generale (naturalmente, nella misura in cui il mondo universitario se ne volle interessare). Ma non era impossibile seguirne i lavori, intervenire anche essendo fuori della Commissione Martinotti, certamente: perché io che ero all’esterno ne potei seguire una gran parte per svariati anni, pur essendo all’epoca appena ricercatore. Non dubito che lei e altri colleghi più anziani abbiate avuto modo di seguire molto meglio, e molto più dall’interno, quel dibattito – che avrebbe portato alle proposte poi più o meno accolte e rese legge dalla riforma Berlinguer. Davanti a un procedimento sostanzialmente corretto, di condivisione del percorso di riforma, è lecito supporre che la riforma che alla fine ne scaturì doveva all’ingrosso corrispondere alle aspettative e alle esigenze dell’ambiente universitario. O devo pensare che il mondo universitario, pur interpellato, pur sollecitato, abbia dormito della grossa mentre pochi individui ne modificavano le condizioni di esistenza? Sarebbe molto grave – e non lo voglio pensare.
D’altro canto, per la riforma del deprecato 3 + 2 occorre fare la stessa osservazione già fatta per la 382: che la legge di riforma fu smontata subito, immediatamente, dai meccanismi del (nuovo) Ministero che si trovò a gestirne l’attuazione. Le faccio un solo esempio: lei ricorda le famigerate ‘gabbie’ del Cineca in cui i nostri sudatissimi progetti di ordinamenti didattici non riuscivano a entrare, per cui il Ministero li rigettava adducendo le più astruse e incredibili motivazioni? Quelle gabbie furono un espediente tecnico (neppure corroborato da uno straccio di circolare, e quindi infinitamente meno rilevante, in termini di gerarchia delle norme, della lettera e dello spirito della legge che andava di fatto violando) per impedire che le sedi universitarie percorressero dei cammini troppo ‘indipendenti’ – e tali da costringere, in definitiva, all’abrogazione del valore legale del titolo di studio. Perché sono convinto che qui sia stato uno dei problemi, e forse IL problema. Ricordo a perfezione le ingegnerie che escogitammo, nella Facoltà in cui allora lavoravo, il tempo e l’intelligenza e l’accuratezza che spendemmo nel realizzare dei percorsi di studio che mettessero a valore le competenze realmente esistenti nella Facoltà e insieme consentissero agli studenti (seguendo il percorso intero: 3 + 2) di non ‘perdere’ nulla di sostanziale rispetto al vecchio ordinamento quadriennale. E non mi sento di accettare critiche del tipo ‘non avete fatto il vostro dovere’, perché ho la convinzione di averlo fatto, insieme con i miei colleghi di allora. Ma ricorderà che il Ministero (tramite le illegali o almeno extralegali ‘gabbie’ del Cineca) per mesi respinse tutte le proposte finché non ottenne che si arrivasse a una mascheratura, per cui il primo vecchio biennio veniva trasformato in un triennio. Punto. Alle Facoltà, per ripiego, non rimase che tentare di recuperare (in modo maldestro, perché residuale e non più organico) lo spirito della legge moltiplicando i ‘moduli’ che potevano servire a ‘individualizzare’ i percorsi, rendendoli un po’ più aderenti alle specificità locali. Di qui la proliferazione degli ‘esami’ (in realtà, ovviamente, ‘esamini’ – ma nessuno che lo abbia detto...) e la confusione, più apparente che reale, più conseguenza di gestione improvvisata che di scarsa chiarezza di intenti. Le colpe della riforma del 3+2 in sé sono molte, non ho dubbio. Ma la colpa più grave è di quel Ministero che ne guidò la prima attuazione, privando le Università dell’autonomia postulata dalla legge (da tutte le leggi universitarie finora promulgate, T.U. fascista in primis...), svilendo il senso della riforma, comunicandone significati che non le erano propri, schermando in maniera ridicola le scelte politiche sottostanti... Il tutto, probabilmente, per salvaguardare gli interessi delle imprese, degli ordini professionali e del funzionariato ministeriale – ma non certo quello degli studenti e nemmeno quello dei docenti.
 
Questi sono i motivi per cui non ho fatto cenno al Sessantotto né alle riforme (che poi mi avrebbero portato certo troppo lontano, e su cui ho già detto la mia); e sono gli stessi motivi per cui non riesco a condividere la sua fiducia nella liberalizzazione (mentre concordo del tutto con lei sulla necessità di abolire il valore legale delle lauree). Io sarei tentato di sperare in una cosa irrealizzabile, perché mai è successo che si torni indietro: un ‘ritorno allo Statuto’, riprendere il discorso dalla 382 e portarlo avanti, anche e perfino attraverso un qualche 3+2 – ma che sia onesto e non truffaldino come siamo stati costretti a farlo. Impossibile, lo so. Tanto più che, per poter procedere concretamente, occorrerebbe prima di tutto un’ecatombe, una vera piaga biblica, che ci liberasse per qualche anno di giornalisti e comunicatori vari (per tacere di altri...) – e che ci lasciasse lavorare come si deve.
 
Grazie ancora della sua lettera e scusi lo sfogo...
 
Claudio Cerreti
 
(*) Mi perdoni l’autocitazione: Università, la geopolitica del peggio, in «Limes. Rivista Italiana di Geopolitica», Roma, 2002, 3, pp. 287-303 [fai click QUI per il testo]
 
 
 
Nuovo messaggio 12/01/2010 20.48
L'Utente non è in linea Muscarà
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Valutazione e dintorni (3) 
Modificato Da Muscarà  in 12/01/2010 21.49.29)

                                                            domenica 6 dicembre 2009

 

 

Caro Cerreti,

 

la sua risposta alla mia lettera mi ha fatto molto piacere perché ha storicizzato le sue riflessioni sull’università italiana e i suoi paradossi: non conoscevo il saggio da lei scritto per Limes in cui se ho ben capito questa storicizzazione era già avvenuta. Ma mi è piaciuta anche perché mi ha fatto riandare a quegli anni e alle loro follie, vissute direttamente sulla mia pelle.

 

Diciamo prima di tutto che, benché possa apparire strano, assai diversa è stata la vicenda di chi, geografo, ha attraversato questo periodo nelle facoltà in cui la geografia era ospite, come economia, architettura, scienze politiche ecc. e le facoltà di lettere dove invece lo spazio della disciplina era molto più incisivo soprattutto in ragione degli uomini che avevano lasciato traccia di sé costruendo delle identità che, sia pure spesso sfibrate, sopravvivono oggi ancora. Penso a Caraci e penso all’Almagià, per non fare che qualche nome, ma potremmo infilzarne forse un paio di decine.

 

Lei mi dirà: ma che c’entra la geografia con la crisi di cui stiamo parlando? Il fatto si è che, e per questo introduco il discorso con questa riflessione sulla geografia dentro e fuori di Lettere, proprio nelle facoltà dove la geografia era, diciamo così, ospite il discorso sulla crisi della disciplina è più evidente e le vicende dell’università si sono sentite di più.

 

Immagini. Io arrivo fresco fresco a Roma, allora era una università sola, dopo essere cresciuto a Ca’ Foscari a Venezia, dove la mia posizione accademica è eccellente, ho un istituto meraviglioso a Ca’ Soranzo, un rettore che mi regala 5 milioni di allora per arredare la sede, e io lascio Venezia perché parlare di territorio agli economisti era come parlare al muro. I “generalisti” si arrovellavano attorno ad equazioni di equilibrio generale dove non vi era spazio per la realtà percepita da noi; i politici economici non avevano ancora scoperto il territorio, i distretti ecc.; gli aziendalisti, appena nati, per prima cosa avevano cancellato la geografia che è oggi al centro della loro riflessione sia pure inquadrata all’interno di parametri economicistici.

 

Alla ricerca di colleghi più sensibili al territorio ottengo di ricoprire la cattedra di geografia urbana ad architettura, dove la geografia urbana è stata richiesta dagli urbanisti senza che noi avessimo mosso un dito. E arrivato a Roma fresco fresco, senza alcuna conoscenza della facoltà e della città, mi piomba sulla testa la riforma che cancella gli istituti e crea i dipartimenti. Io, che avevo retto la direzione dell’Istituto di urbanistica per i pochi mesi precedenti alla riforma, mi ritrovo all’interno del nuovo Dipartimento di Pianificazione territoriale ed urbanistica che unisce i due istituti precedenti. Convinto come sono che i Dipartimenti costituiscano una importante innovazione dell’Università destinata finalmente ad avvicinare quella italiana a quelle di lingua anglosassone mi ritrovo al centro di una confluenza insperata di colleghi: guardano alla geografia urbana come al faro alla cui luce ricevere nuova chiarezza geografi della facoltà di lettere, ingegneri di ingegneria civile, urbanisti di architettura, perfino matematici adusi alle tecniche informatiche di allora. Si mettono in cantiere ricerche destinate ad utilizzare le nuove confluenze nell’ipotesi che debba essere la ricerca che orienta la vita universitaria, diventando la facoltà la struttura che coordina la didattica e niente più.

 

Dov’è la contraddizione che farà esplodere il tutto? Ma proprio nel paradosso di una visione dell’università come luogo della ricerca e l’università come luogo della formazione. La sacrosanta aspirazione a migliorare la società italiana diminuendo le differenze sociali e facendo accedere il maggior numero possibile di cittadini agli studi superiori, chiave di accesso all’uguaglianza e all’ascesa sociale, non si sostiene all’idea che la formazione scientifica si regge sull’acquisizione di un metodo di procedere “scientifico”, ma a quello di un insieme di informazioni da accatastare per diventare economisti ed urbanisti, medici ed ingegneri. E questo nel tempo stesso in cui, altrettanto paradossalmente, ci si scaglia contro il nozionismo, responsabile della degradazione a cui è ridotta la nostra scuola.

 

Così, mentre nel nuovo Dipartimento cominciamo a tracciare progetti, a confrontare metodi e linguaggi, in una parola a fondare il nostro essere professori sulla nostra capacità di fare ricerca, ci si domanda di aprire le aule a studenti di tutte le provenienze per i quali evidentemente il procedimento scientifico è ancora troppo lontano dalla necessità di imparare a “fare le aste” e a calcolare le tabelline e ci si domanda di accondiscendere alla necessità di “stabilizzare” le migliaia di “incaricati” cui bisogna riconoscere una stabilità che solo i repubblicani domandano venga acquisita attraverso un pubblico concorso (peraltro una burletta).

 

Il percorso che ho seguito io in questa lettera mi porta dunque alle stesse conclusioni a cui è pervenuto lei nella sua. Quale la differenza tra di noi? Io ho difficoltà a vedere in tutto questo un disegno “strategico” mirato. Mi sembra piuttosto di dover mettere nel conto una classe dirigente con grande difficoltà a capire le vie di uscita da una situazione in cui il Paese era pervenuto nel giro di qualche decennio avendo avuto alle spalle la realtà di una società prevalentemente rurale, con una borghesia esilissima ed una classe dirigente improvvisata che aveva dovuto confrontarsi con una miriade di problemi sconosciuti. Che in tutto questo l’università e la scuola abbiano pagato uno dei prezzi maggiori mi pare nello stesso tempo il risultato di questa mancata comprensione dei termini essenziali del processo di formazione e della inadeguatezza frutto del rapidissimo cambiamento di stato di moltissimi italiani emersi in un batter d’occhio alla superficie del benessere, del denaro, dei consumi, della libertà di movimento e di stato, della comunicazione e della tecnologia.

 

Ho avuto la fortuna di conoscere da vicino l’Italia di prima essendo cresciuto in quel Veneto che, prima del Grande Cambiamento, era una miserabile società rurale, in cui i contadini indossavano scarpe solo la domenica per andare in chiesa e ad ubriacarsi nel pomeriggio dello stesso giorno dopo le “funzioni”; vestivano la divisa militare trasformata in abito e rivoltata due o tre volte e per i quali l’unico barlume di civiltà era rappresentato dalle maestrine indomite che, uscite non si sa da dove in questa Italia miserabile ed analfabeta, insegnavano loro - spesso per una vita intera - a scrivere il proprio nome e a far di conto.

 

E’ questo che mi dà la forza di continuare a sperare guardando avanti e a credere che giovani e vecchi consapevoli di questo, dobbiamo cercare di fare massa per dar luogo ad iniziative come quelle che, ad esempio, Ilaria Caraci ha saputo inventare o ci mettono ora di fronte al modo in cui lei dirige il Bollettino della Società geografica e scrive articoli come quello che ha dato luogo al nostro scambio di idee.

 

La so impegnato come più non si può per la fiducia che ispira a quanti la conoscono. Ma continuo a credere che se scambi di idee come quello cui ha dato luogo il suo articolo fossero un po’ più frequenti e più diffusi tra i colleghi non ne potrebbe derivare che un vantaggio per chi vi si appassionasse. Per questo mi piacerebbe se, magari sotto gli auspici del Bollettino e con la collaborazione di qualcuno un po’ più esperto di me di informatica, ci fosse possibile dar vita ad un forum in cui dibattiti di questo tipo trovassero collocazione per essere condivisi da altri e per disporre di quella velocità di comunicazione che le tecnologie attuali ci consentono al di là degli spazi sempre più limitati e più ridotti di quelli delle tradizionali riviste cartacee. Senza peraltro che gli scambi di idee ed i confronti si trasformino in chiacchiere da bar. Ma non mi pare difficile inventarsi delle brevi regole cui attenersi.

 

Molto cordialmente

 

Calogero Muscarà

 

 

 

 
Nuovo messaggio 12/01/2010 20.52
L'Utente non è in linea MegMag
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Valutazione e dintorni (4) 
lunedì 7 dicembre 2009
 
Caro Professore,
 
di nuovo grazie per la sua lettera.
 
Una sola specificazione, nella sostanza: e cioè che nemmeno io in realtà vedo un ‘disegno strategico’, una intenzione maturata e ponderata, nell’aprire inconsultamente l’università. Non penso che ci fosse qualcuno così maligno da voler mettere in crisi l’università e una generazione di cittadini. Più banalmente, mi accontento di constatare che non si fece lo sforzo di ‘fantasia’ di immaginare che cosa sarebbe potuto succedere e, tutt’al più, ci si limitò a constatare che si poteva ben dare un ‘contentino’ ai semianalfabeti senza per questo mettere a rischio le strutture profonde del potere sociale... Che, cioè, dal punto di vista della gestione del consenso, la liberalizzazione degli accessi universitari era una buona mossa, che peraltro non avrebbe dato accesso al potere a chi avrebbe ‘goduto’ della liberalizzazione – e quindi, in definitiva, non avrebbe cambiato niente dal punto di vista del potere. Ma avrebbe cambiato molto o quasi tutto dal punto di vista del funzionamento dell’Università, e questo avrebbe dovuto essere chiaro, previsto e ricusato come un danno troppo grave – il che non è stato. Ha prevalso la logica della conservazione del potere, rispetto alla logica del bene comune, come troppo spesso sappiamo che succede.
Ma, nell’insieme, mi pare di poter dire che siamo su posizioni piuttosto ‘compatibili’, no?
 
Le volevo poi rispondere sull’idea di aprire un forum su questi e altri problemi. È da tempo che ci penso, e non solo io; ma non ho la capacità tecnica di farlo da me, né ho il tempo per seguire qualcuno che lo faccia ‘sotto la mia guida’. La struttura del ‘Bollettino’ è ancora troppo rigida, malgrado gli sforzi, e ci vorrà del tempo prima che si metta in condizione di gestire una cosa pur così semplice come un sito web con forum ecc.
In compenso, però, i ‘giovani geografi’ si stanno organizzando, e hanno aperto un sito (www.luogoespazio.info) che prevede anche la possibilità di avviare dibattiti, scambi ecc.: l’equivalente di un forum, insomma, anche se credo che lo strumento sia piuttosto il ‘blog’ (ma poco cambia, dal punto di vista pratico). Il sito è nato da poco, ha ancora relativamente pochi interventi e servizi, ma va crescendo abbastanza rapidamente.
Se ha tempo e voglia, perché non gli dà un’occhiata? Conosco diversi dei promotori (tutti, direi) e ho avuto più volte sollecitazioni a intervenire sul sito, ad avviare discussioni, a esporre idee, problemi, progetti che siano in senso lato attinenti alla nostra ‘professione’. Mi domando, allora, se non si potrebbe proporre loro di ospitare – con funzione di innesco di un dibattito che auspicabilmente si allarghi – questo nostro scambio epistolare. Per parte mia non solo non avrei nessun problema, ma credo che sarebbe un passo opportuno. Se crede, ci rifletta un poco e mi dica cosa ne pensa.
 
Grazie ancora e a presto,
 
Claudio Cerreti
 
 
 
 
 
Nuovo messaggio 15/01/2010 8.23
L'Utente non è in linea Celata
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Re: Valutazione e dintorni (2) 
Modificato Da Tabusi  in 15/01/2010 9.44.06)
Cari Professori,

vorrei rispondere ad alcuni degli spunti contenuti nell’articolo “Valutarci” rimandando, per il resto (soprattutto in merito al funzionamento specifico dei sistemi di valutazione), alla nota che è in corso di pubblicazione sul fascicolo num. 1, 2010, della Rivista Geografica Italiana, scritta da me, Silvia Aru, Antonella Rondinone, Ugo Rossi e Chiara Santini (clicca qui).

In primo punto è il tema dell’auto-valutazione e dall’auto-referenzialità. E’ necessario distinguere tra il metodo di valutazione e il soggetto che gestisce e applica la valutazione. Nel primo caso (il metodo) a nessuno potrebbe venire in mente che per valutare la ricerca geografica debba essere incaricato un esperto di filologia romanza, e tanto meno un panettiere. La ricerca può essere valutata per la rilevanza che ha nell’ambito della disciplina di riferimento. Perfino i più vituperati tra i meccanismi di valutazione (per esempio l’impact factor) si basano su di una valutazione “tra pari”. Chi decide, certifica e applica i criteri di valutazione, tuttavia, non può essere lo stesso soggetto che è valutato: il meccanismo sennò non funziona. E’ necessario che ci sia un soggetto esterno, autonomo, imparziale, anche se non è facile. E’ necessario poi che gli esiti della valutazione siano applicati alle strutture universitarie, ai dipartimenti per esempio, per premiare i migliori. Ne risultano giudizi sommari, parziali, più o meno condivisibili. Ma come potrebbe essere altrimenti? E cosa c’è di intrinsecamente diabolico in un giudizio di questo tipo?

Il secondo punto è il tema della “cooptazione”: si tratta di una pratica perversa? In parte, e in molti casi, si. Per innumerevoli ragioni. Ne cito solo tre. Innanzitutto nelle leggi che regolano il reclutamento non c’è scritto “i maestri cooptano i propri allievi”, ma si prevede piuttosto una valutazione dei titoli e dei meriti dei candidati. La cooptazione, quindi, sottintende che chi la applica debba contravvenire a tale disposizione di legge e ad altre che disciplinano il regolare svolgimento dei concorsi pubblici. Si tratta di leggi che, allo stato attuale, solo il riconoscimento che la discrezione dei commissari di concorso sia insindacabile impedisce, nella maggior parte dei casi, di applicare.

In secondo luogo la cooptazione può suscitare da parte dei giovani allievi un atteggiamento di deferenza nei confronti del maestro, perché è solo dalle sue grazie che può derivare l’auspicato accesso ad una carriera universitaria. E questo ha molte conseguenze; ne citerò solo tre: può scoraggiare l’originalità, impedisce la mobilità geografica dei ricercatori, rischia di creare delle “scuole” chiuse in se stesse; alcune ricercheranno l’eccellenza, ma le altre?

In terzo luogo la cooptazione non garantisce una buona selezione. Non la impedisce. Ma non la garantisce. A meno che, e qui sta il punto che intendo sottolineare, chi coopta non debba poi, in altro modo, rendere conto della bontà delle sue scelte. La parola chiave, il fine ultimo, quindi, non è la “valutazione” (essa è solo uno strumento); l’obiettivo è la “responsabilizzazione”: ognuno faccia quello che gli pare, ma che poi sia chiamato a renderne conto.

Incredibile a dirsi, ma la riforma universitaria di cui si discute in questi anni va proprio nel verso di istituzionalizzare la cooptazione! Si vedano in particolare le procedure attualmente prospettate per il reclutamento di ricercatori a tempo determinato, gestite da commissioni composte interamente da ordinari della sede che bandisce il concorso. Ma come può funzionare il meccanismo premiante, in questo modo? Il riferimento è al modello statunitense del tenure track: un contesto liberale nel quale le strutture universitarie sono del tutto autonome nelle loro scelte, ma sono chiamate a rendere conto dei risultati. L’introduzione di sistemi di valutazione quindi, paradossalmente, può agire nel senso di dare autonomia alle università; esso si contrappone, più precisamente, ad un sistema come quello in vigore in Italia, nel quale la valutazione è di tipo preventivo e si basa su concorsi pubblici di selezione (che siano locali, semi-locali o nazionali). L’alternativa di cui si dovrebbe discutere è quindi questa: o la selezione avviene preventivamente, attraverso i concorsi, oppure si introducono degli strumenti che, ex-post, premiano chi ha fatto le scelte giuste e puniscono chi utilizza la cooptazione per fini che non hanno niente a che fare con la qualità della ricerca e della didattica.

La riforma di cui si discute in questi anni cerca, apparentemente, di agire su entrambi i fronti. Nell’articolo “valutarci”, invece, traspare una certa insofferenza nei confronti di qualsiasi tipo di valutazione. Traspare inoltre, me lo consenta prof. Cerreti, la tendenza a fare di tutta l’erba un fascio, attribuendo alla valutazione nel suo complesso i difetti molto specifici, e ben noti, delle valutazioni quantitative di impatto fornite dalla ISI-Thompson. Cosa si pensa delle valutazioni qualitative realizzate dal CIVR, e della loro applicazione alla distribuzione delle risorse del cosiddetto reclutamento straordinario? Si preferisce che tali risorse siano distribuite sulla base del numero di pubblicazioni o sulla base del numero di studenti dal momento che, ahimè, si tratta in entrambi i casi di un numero? Compaiono, infine, diverse imprecisioni, a conferma che lo scritto è il frutto di un forte pregiudizio. E quale alternativa si propone? L’auto-valutazione e l’auto-referenzialità: ma non è proprio il sistema applicato attualmente? E con quali esiti?

L’ultimo punto è quello degli “scandali”. L’impressione è che questi siano solo la punta dell’iceberg di un sistema universitario in cui, da molto tempo, sono saltati i meccanismi che garantiscono che l’interesse individuale delle singole sedi universitarie o dei singoli docenti contribuisca al bene collettivo dell’università, o della disciplina, nel suo complesso. Se non siamo d’accordo su questo temo che non tra di noi non ci possa essere nessun dialogo: l’università italiana funziona male e deve essere riformata dall’esterno, perché ha dimostrato di essere incapace di auto-riformarsi, di auto-controllarsi e di auto-valutarsi. E’ proprio questa situazione che ci ha condotto ad essere, oggi, subordinati alle decisioni d’imperio che il Ministro di turno intende mettere in pratica con criteri di valutazione che, come scriviamo nella nota di cui sopra, non sempre sono condivisibili.

Si auspica infine, nell’articolo, che “la comunità scientifica si riappropri pienamente della funzionalità del sistema, spingendo al margine i comportamenti scorretti”. Nulla impedisce di cominciare fin da subito. Ma in che modo? Nella nota che abbiamo scritto sul tema abbiamo inserito qualche possibile proposta, per esempio in riferimento alla possibilità che la comunità dei geografi definisca dei proprio specifici “requisiti minimi” di accesso alle diverse fasce di docenza. Il primo passo è che su questi temi si possa parlare, pubblicamente. E a questo fine credo che il suo articolo e l’evento che ha voluto organizzare abbiano dato un contributo fondamentale. L’impressione, tuttavia, è che da queste occasioni non emerga una volontà condivisa al cambiamento, ma piuttosto il timore per il cambiamento, la difesa della situazione attuale, l’assenza di una strategia e di proposte concrete. La situazione, consentitemelo, è preoccupante.

Con immutata stima,
 
Filippo Celata
 
Nuovo messaggio 15/01/2010 13.28
L'Utente non è in linea Morri
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Re: Valutazione e dintorni (2) 
Modificato Da Morri  in 15/01/2010 14.29.21)

Complimenti agli autori della nota per la Rivista per l'equilibrio e lo sforzo di tenere insieme comunque i diversi punti di vista intorno al punto cardine di riformare un meccanismo e delle procedure che hanno subito evidenti degenerazioni.
D'accordissimo con Filippo sul fatto che il nodo chiave sia la "responsabilizzazione" (sia a livello di strutture -dipartimenti- sia a livello di comunità - così come argomentato anche da Gabriele Zanetto in uno dei suoi interventi al convegno di settembre): io, per esempio, nel mio piccolo propendo per il meccanismo della chiamata diretta, a patto che qualora il "reclutato" non porti un contributo o, peggio ancora, si riveli inadeguato, a risponderne siano coloro (il singolo e la struttura, in termini economici e/o, soprattutto, togliendo loro il potere per un periodo di procedere a queste selezioni) che sono chiaramente "responsabili" di questa decisione.
In generale continuo a sentirmi più vicino alle critiche che Claudio Cerreti pone rispetto al rischio del determinismo acritico che sistemi di valutazione all'italiana (quindi con connotati caricaturali) possono comportare: vero è, che un qualche rischio andrà pure corso se si vuole cambiare; la mia speranza (credo lecita e mi auguro non utopistica) è che ci sia un qualche sforzo, congiunto e in tempi rapidi, anche da parte delle associazioni geografiche che permetta di partecipare al dibattito e avanzare proposte, proprio perché lo riterrei un primo passo verso la responsabilizzazione di cui sopra.
Certamente credo che tutti noi ci stiamo sforzando perché un'eco di una geografia che discute nel/del merito (e non solo) si diffonda, e mi sembra un primo cambiamento di rilievo rispetto a un fase precedente secondo me tacciabile, non solo e non tanto dagli stessi geografi, di pressoché generale immobilismo (e mi pare che questo emerga in qualche modo dalle parole sia di Calogero Muscarà sia di Claudio Cerreti: l’incapacità, l’impossibilità o la non curanza – solo i protagonisti o gli spettatori diretti degli eventi da loro citati credo abbiano il diritto-dovere di scegliere tra queste opzioni – di tentare di incidere sui processi decisionali).
Mi sembra ovviamente utilissimo che tutto ciò compaia su "luogoespazio".
un caro saluto e buon lavoro a tutti, 
Riccardo Morri

 
Nuovo messaggio 17/01/2010 8.52
L'Utente non è in linea Tabusi
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Università e "sindrome si Stoccolma" 
Modificato Da Tabusi  in 09/04/2010 0.53.32)

Carissimi,

 

nella discussione è stato sollevato un gran numero di argomenti; ovviamente non si sarà in grado di affrontarli tutti in ciascun intervento. Forse può essere utile, allora, rilanciare la discussione agganciandosi a temi specifici.

Per esempio vorrei chiedere qualche ulteriore chiarimento a Cerreti e Muscarà (e naturalmente l'opinione di tutti coloro che ci leggono): come mai non avete nessun dubbio sul dirvi d'accordo sulla necessità dell'abolizione del valore legale del titolo di studio?

Quando si tratta questo tema registro una ampia condivisione, per esempio anche tra destra e sinistra: il valore legale del titolo di studio andrebbe abolito. E sempre mi resta il dubbio di non aver compreso qualcosa, di essere indietro. A me, di primo acchito, verrebbe da pensare che il valore legale è una pietra  miliare dell'università pubblica, perché è in grado di assicurare molte "parità".

Svolgo il ragionamento, cercando d'esser breve: intanto una parità spaziale, perché non sarebbe possibile, per legge, selezionare in un concorso (pubblico o privato) solo quelli che si sono laureati in una certa Università, oppure (perché no?) in una certa area del Paese. Pensate a una selezione che, dietro il manto della qualità, si rivolga ai soli bocconiani.

Con il valore legale se uno è laureato, è laureato e ha diritto come gli altri ad accedere per esempio a determinati concorsi. Qui, mi rendo conto, interviene l'obiezione che ben comprendo: "ma questa parità è falsa, perché non è vero che il laureati sono tutti ugualmente preparati. Anzi, questa parità fa sì che gli  studenti si iscrivano alle Università più facili e che regalano voti più elevati."! Mi pare che una osservazione di questo tipo abbia due limiti: da un lato, chi ha una laurea non accede per questo direttamente alla professione: gli avvocati devono superare degli esami per diventarlo; i medici anni di specializzazioni e poi concorsi per entrare a lavorare in ospedale, e così praticamente per tutte le professioni. Ritengo poi che se una cosa non funziona come deve (le Università facili), questa può e deve essere fatta funzionare bene, e questo è possibile farlo con uno Stato che funziona e con dei docenti responsabili e appassionati al loro lavoro. Se poi assumiamo che tutto ciò è impossibile, troppo marcio per essere recuperato, allora necessariamente dobbiamo assumere la posizione contraria all'Università statale e correre gioiosamente incontro alla privatizzazione della cultura. Certo, so che può essere un punto di vista, ma non è il mio...

Altra parità che viene garantita dal valore legale del titolo di studio (qui parliamo di laurea) è quella "di classe". Lo so, è una parola divenuta antipatica, ma credo rappresenti bene la questione. Senza il valore legale, si potrà ben privilegiare, nelle assunzioni e in generale nella vita sociale, il laureato di questa o quella Università. Si dice: si faranno competizione, magari alzeranno le rette, ma avranno i professori migliori e dunque prevarranno sulle altre. A parte che questa logica alla Higlander ("ne resterà uno solo...) non mi pare portare molto lontano. Poi vediamo un po' come funziona ora, per esempio nelle scuole: esistono già scuole private (i sostenitori delle quali plaudono pure loro all'abolizione legale del titolo di studio, sia detto en passant) che fanno pagare rette mica male, ma sono davvero migliori delle scuole pubbliche? La percezione comune sembra dirci, invece, che le scuole private tendano ad essere più... accomodanti (perché gli studenti pagano tanto!) e/o a perseguire obiettivi culturali propri e un po'... separatisti o classisti.

Si dirà che questo non succederebbe alle Università. Ma perdonatemi se non ne sono molto convinto. Qual è, già oggi, la percezione di Università "di alto livello"? Non di rado si ritiene che sia quella che seleziona la gente "bene", che ha tra i docenti molte personalità che hanno molti contatti, magari professionisti, o politici, di grido. Siamo chiari: i contatti, nel modo attuale, servono davvero: quando pensiamo a un bravo manager italiano (e pure non è cosa facile), non possiamo immaginarlo se non con un'agenda alta così di persone che può raggiungere al diretto e che, magari, gli devono favori. Conosci le persone giuste ed avrai il lavoro giusto…

C'è poi un altro modo di dare la percezione di Università "di alto livello": la pubblicità. No, non la pubblicità come quella dei tappeti, sui giornali o in televisione (ma oggi le Università fanno pure quella...). No, mi riferisco a far circolare il nome dell'Università sui media, per le più svariate ragioni, non sempre per questioni realmente culturali. C’è a Roma una Università (privata, dalla retta molto alta) piuttosto “giovane”, di cui non farò il nome, assai frequentata dai giornalisti, poiché proprio lì vanno sempre in visita personaggi di altissimo livello (inaugurazione dell’anno accademico, altre occasioni…). È forse la più trasmessa sui tiggì nazionali, poiché, anche per le immagini di repertorio di questa o quella personalità, basta ricercare tra le riprese precedenti: se uno conta davvero, c’è stato. Scommetto che l’Università e i suoi importanti visitatori sono grandissimi tifosi dell'abolizione del valore legale della laurea.

Come si vede da tutto questo discorso c'è, effettivamente, qualcosa che non colgo, che mi sfugge, e lo dico senza sarcasmo. Però lo avevo dichiarato in premessa: mi piacerebbe davvero convincermi che, per impegnarsi in tutti i modi per fare una Università pubblica che funzioni (cosa che so condividete di certo), che garantisca a gente del Sud, del centro e del Nord simili basi di partenza (e a quelle dei bassifondi, del ventre e della vetta della società simile dignità) dobbiamo convintamente abbracciare, pure in questo campo, la retorica della concorrenza e della fama.

Mi pare però che ci sia da fare i conti con le modalità con le quali, nella società odierna, la fama si ottiene. Non è che rischiamo di tuffarci, anche noi, nell'orda del "privato è meglio" per definizione? Sinceramente ho gran timore che, per questa via, ci sia un forte rischio che ci contagi la sindrome di Stoccolma.

 

Grazie davvero per aver voluto condividere lo scambio di idee e per aver aperto questa appassionante discussione.

 

       Massimiliano tabusi

 

PS: aggiungo un paio di link, tra i moltissimi possibili, che mi paiono interessanti sul punto. Per par condicio uno è a favore e l'altro contro l'abolizione del valore legale del titolo di studio:

Pietro Manzini, Il tabù del valore legale della laurea, www.lavoce.info, 14-11-2008: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000750.html

Carlo Iannello, A chi serve l'abolizione del valore legale del titolo di studio?, www.economiaepolitica.it, 7-01-2009: http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/a-chi-serve-labolizione-del-valore-legale-del-titolo-di-studio/

 
Nuovo messaggio 17/01/2010 12.09
L'Utente non è in linea MegMag
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Re: Valutazione e dintorni - Lessico e regole 
Modificato Da MegMag  in 17/01/2010 13.30.50)

 

Lessico  e  regole

 

Forse mi devo scusare preliminarmente per quello che a qualcuno potrà sembrare un eccesso di rigore ‘formalistico’; ma se si tratta di discutere bisogna pur utilizzare le parole in un medesimo senso, pena il rischio di una deriva della discussione verso lidi inaspettati o, forse, appositamente ricercati per amore di polemica. Il che, evidentemente, non conserverebbe proprio più nulla di ‘formalistico’.

Mi sento perciò, non autorizzato, ma costretto a puntualizzare un paio di questioncelle linguistiche, proprio per ricondurre la discussione (quella sulle regole della valutazione, per ora) alla sua corretta dimensione; o, quanto meno, per impedire che mi vengano fatte dire cose che non ho detto – e, su questa base, imbastire elucubrazioni irricevibili.

Non è un’operazione così complicata. La lingua italiana (quella vera, non quella dei pennivendoli di professione), prevede che ciascuna parola abbia dei significati relativamente ‘stabili’, che è agevole rintracciare in un vocabolario: basta assumerli per quello che sono, senza far finta di ignorarli e senza (peggio) rifondarne unilateralmente il valore. Questa semplice operazione consente di capirsi. E mi pare che ce ne sia ampio bisogno.

 

Poiché la discussione, per una parte, si avvita attorno al disgustoso (pare) concetto di cooptazione, devo prendere un po’ di spazio per ricordare che cosa significa cooptazione. Non mi aspettavo che ce ne fosse la necessità, ma evidentemente sbagliavo (e forse è questa una, magari la più grave, delle imprecisioni che Filippo Celata mi attribuisce).

 

A)        La parola cooptare, come il suo derivato cooptazione, viene dal latino giuridico cooptāre (attestato dall’antichità classica e transitato con valore giuridico nelle lingue romanze, ma anche in inglese).

Cooptāre è un composto di cum + optāre.

Cum significa “insieme”.  Optāre significa “scegliere”. Cooptāre, di conseguenza, significa “scegliere insieme” e si dice, precisamente, a proposito di quelle procedure di selezione e di nomina di “membri di un corpo o collegio” che vengono attuate (le procedure) da chi è già componente del corpo o collegio. Ad esempio: i membri dell’ordine dei veterinari “decidono insieme” chi far entrare (chi cooptare) nell’ordine dei veterinari.

Questa procedura non è una procedura “aumm-aumm”, come i pennivendoli di professione vogliono far credere, ma è una procedura in sé legale.

 

B)        Legale vuol dire “secondo la legge”, e cioè o “stabilito dalla legge” o quanto meno “consentito dalla legge”.

 

Nel caso specifico, la procedura per cooptazione può essere propriamente ed esplicitamente “stabilita per legge”: la legge cioè prevede che i veterinari si riuniscano (in genere non tutti quanti, ma facendosi rappresentare da una commissione) per decidere chi cooptare nell’ordine dei veterinari. La procedura mediante la quale si addiviene alla cooptazione può assumere, e spesso assume, la forma e la denominazione di concorso (generalmente pubblico, per titoli e a volte anche per esami).

Quella per cooptazione non è una procedura in uso solo presso i veterinari o le antiche corporazioni di mestiere: anche la Corte Costituzionale può cooptare (ahimè?...) alcuni suoi membri. E non è il solo organo che abbia questa capacità legale.

 

C)        Anche la parola concorso viene dal latino, e prevede ancora una volta il cum. Significa alla lettera “correre insieme”; con una leggera traslazione semantica, finisce per significare “arrivare, presentarsi insieme”: che è generalmente quello che avviene in un concorso, dove molti si presentano assieme davanti a qualcuno (una commissione) che, secondo certe regole prestabilite e note, opererà una selezione.

 

D)       Infine, anche commissione viene dal latino, sempre con il solito cum + un derivato di mīttere (mandare, inviare, spedire..., ma anche dare incarico ecc.). La commissione è cioè un organo composto da alcune persone (almeno tre), alle quali è stato collettivamente conferito un incarico da svolgere.

 

Messi giù questi punti fermi linguistici, che conto vivamente siano ora chiari, così anche che non si possa dire che ho detto cose diverse da quelle che ho detto, proverò ad applicarli all’interpretazione del nostro caso –  la valutazione del personale universitario.

 

Nel caso della selezione universitaria, il procedimento legale (stabilito per legge) prevede, da un lato, che un numero indefinito di candidati possa concorrere alla selezione; dall’altro lato che la selezione sia operata, con modalità pure stabilite per legge, da una commissione; la quale commissione viene composta (per sorteggio o per elezione o in altro modo) traendone i membri dal corpo accademico.

In altre parole, e come tutti sappiamo (dovremmo sapere), le commissioni di concorso per il personale universitario sono formate da personale universitario; così come quelle per veterinario sono formate da veterinari. Si verifica dunque esattamente e legalmente il caso che “i membri di un corpo” (quello accademico o quello veterinario) scelgano tramite una commissione da loro composta e mediante concorso chi cooptare entro il corpo cui appartengono. Chiaro, no?

 

Di conseguenza, dire (o scrivere o pensare) che «In Italia, secondo la legge, il reclutamento del personale docente e ricercatore avviene per concorso pubblico. Secondo la prassi, esso avviene invece per cooptazione» (così scrive tale Giulio Palermo, che devo ritenere un universitario, in un testo pubblicato come Discussion Paper 0612 del Dipartimento di Scienze Economiche dell’Università di Brescia) è palesemente un’insulsaggine. O peggio. Nel caso migliore significa che l’autore di questa superba affermazione non conosce l’italiano.

E distorce sia la realtà dei fatti (dato che la procedura legale è per cooptazione e non altrimenti), sia anche quello che in quell’articolo ho tentato di esporre (per essere sincero: che sono convinto di avere esposto in maniera inequivoca, salvo che è stato ugualmente equivocato, con mio grande stupore).

La realtà, in punto di diritto e quindi anche nei fatti, è che i concorsi universitari (come quelli per entrare a far parte dell’ordine dei veterinari ecc. ecc.) sono condotti per cooptazione.

Non credo che potrebbero essere condotti diversamente – e già l’ho argomentato. Non so perché a qualcuno possa sembrare orribile; a me non lo sembra affatto (stante l’unico possibile e attestato senso della parola cooptazione).

Non credo che esista altro modo di procedere, e soprattutto non mi risulta di aver mai detto o scritto che «chi decide, certifica e applica i criteri di valutazione» sia «lo stesso soggetto che è valutato», come vuole farmi dire Filippo nella sua replica, ma forse non in riferimento ai concorsi.

Non ho scritto che la cooptazione sia la pratica mediante la quale un maestro fa vincere il concorso (solo) ai suoi allievi. La cooptazione è il metodo logico e legale mediante il quale una commissione, emanazione del corpo accademico, sceglie insieme i nuovi appartenenti al corpo accademico. Punto. Non è pertanto esatto (a proposito di imprecisioni) che «chi [...] applica [la cooptazione] debba contravvenire a tale disposizione di legge» (Filippo), giacché la legge prevede esattamente un meccanismo di cooptazione e non altro.

Ho scritto e confermo che sarebbe un’assurdità logica ed epistemologica se un ‘maestro’ non cercasse di far prevalere, in quello che in definitiva è anche un dibattito scientifico, trasferito sul piano del prevalere (in una selezione concorsuale) dell’una o dell’altra impostazione, ‘teoria’, ‘scuola’, quei candidati che incarnano la sua stessa impostazione, ‘teoria’, ‘scuola’.

È una basilare questione di storia e di sociologia della scienza; questione che si manifesta, assume forme concrete anche nello svolgimento dei concorsi, anzi oggi soprattutto nello svolgimento dei concorsi – un tempo si preferiva procedere con i roghi. E che è talmente fondamentale, che la legge ne ha riconosciuto la validità, stabilendo per l’appunto che i concorsi avvengano per cooptazione.

La legge non dice (e io nemmeno) che in un concorso debba vincere l’allievo del commissario: ma la legge (e anche io) prevede che sia una possibilità ragionevole, logicamente ed espistemologicamente fondata, e prevede dunque un meccanismo in grado di consentire quella possibilità. Aggiungo, ma mi parrebbe inutile se non fosse per scrupolo di chiarezza, che il meccanismo della cooptazione è ovviamente un meccanismo autoreferenziale, nel senso in cui ne scrivevo (che poi è il senso della parola in sé).

E insisto nel dire che NON qui si colloca il problema: anche nel senso che non può che essere così e, anzi, che è un bene che sia così. [E che la mia posizione non sia «difendere la situazione attuale», come pare che mi venga attribuito, dovrebbe risultare evidente da quello che ho scritto nel famigerato articolo (e anche nel «Semestrale», dove faccio riferimento a una necessaria “responsabilizzazione”, proprio come fa Celata), naturalmente a condizione di assegnare alle parole che ho impiegato lo stesso significato che assegna loro il vocabolario della lingua italiana.]

Affidare ad altri, esterni al corpo accademico (a quel corpo accademico: quello dei geografi italiani, nella fattispecie), il compito di selezionare i nuovi appartenenti al corpo accademico significa svuotare di senso, distorcere, assoggettare ecc. ecc. le dinamiche storico-sociali di sviluppo di quel corpo accademico. E non mi pare una buona soluzione. Proprio per niente.

 

Trovo estremamente preoccupante (e un tantino ottusa) la prospettiva che, per evitare che si perpetuino le molte distorsioni – che attengono in primo luogo ai meccanismi di formazione delle commissioni, ma né ai meccanismi concorsuali in sé (che sono irrilevanti nei fatti) né tanto meno all’autoreferenzialità della logica di cooptazione – si preferisca rinunciare alla salvaguardia storico-sociale ed epistemologica consentita dall’autoreferenzialità della cooptazione, per consegnarsi mani e piedi legati a meccanismi ‘ciechi e sordi’ o, magari, a ‘podestà’ stranieri come si faceva all’epoca dei Comuni (a proposito di «riforme dall’esterno»)... Punto sul quale molto sarebbe da dire, ma talmente ovvio che non mi pare nemmeno il caso di (ri)cominciare.

Se, poi, qualcuno crede che la ‘verità’ (scientifica, geografica...) sia individuabile inequivocabilmente in mezzo alle varie e difformi impostazioni, teorie, scuole, ci faccia sapere come crede di procedere.  Scrivere che occorre «una valutazione dei titoli e dei meriti dei candidati» è ben ovvio. Certo. Ma come si decide cosa è un merito e cosa non lo è? Come si fa? Chi lo fa? Su quale base? E torniamo al problema della cooptazione. Se poi mi venite a dire che si può fare sulla base di qualche graduatoria fatta «dall’esterno» o di qualche «Progress in Geography»... prima me ne dovrete convincere.

 

Abbiamo sempre la possibilità, altrimenti, di ricorrere all’auto da fé, invece dei pacchi di pubblicazioni o delle lezioni in sede di concorso. Che cosa sia un auto da fé, però, lo spiego un’altra volta.

 

Per ora, sulla base di queste impreviste precisazioni lessicali, prego – chi ne ha voglia – di rileggere quello che ho scritto nel famigerato articolo, e poi ne riparliamo.

 

Un caro e polemico saluto a tutti.

 

Claudio Cerreti

 
Nuovo messaggio 17/01/2010 19.11
L'Utente non è in linea MegMag
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Re: Valutazione e dintorni - Per me "pari" sono... 

 

 

  

La domenica uggiosa mi consente di concentrarmi su questo forum. Così, dedicata la mattinata a questioni terminologiche (ma sostanziali), imposto il pomeriggio su qualche replica più circostanziale.

 

La prima batteria è ancora per il post di Filippo Celata (cui era destinata, come è evidente, anche la polemica lessicale del precedente – di cui spero non si sia dispiaciuto, essendo polemica, sì, ma anche chiarificatrice).

Vado per ordine. Per prima cosa i «pari».

Mi pare che siamo d’accordo sul fatto che a valutare i geografi e le loro produzioni siano dei geografi e non altri. Per quanto cacofonico e pruriginoso sia il termine, esattamente questa è l’autoreferenzialità a cui mi richiamavo in Valutarci e che Filippo condivide a chiare lettere all’inizio del suo post, anche se poi se lo rimangia verso la fine. [Se dalla valutazione (autoreferenziale) discenderà poi anche un’assunzione in ruolo o una promozione, ci troveremo davanti a legittima cooptazione (questione già chiarita, voglio sperare, in mattinata).]

 

A questo riguardo, tuttavia, Filippo introduce una questione non abbastanza nitida, quando scrive che «Chi decide, certifica e applica i criteri di valutazione, tuttavia, non può essere lo stesso soggetto che è valutato». La cosa è lapalissiana, e non si capisce perché la tiri in ballo – proprio qui, poi. Nessuno, credo, immagina che un candidato a un concorso stabilisca il profilo del candidato ideale, valuti i suoi propri scritti e si dia poi un voto. O che un procedimento del genere sia seguito da una rivista accademica o da un centro di ricerca (dipartimento) ecc. ecc. Siccome sarebbe una cosa palesemente assurda e che nessuno ha mai ventilato, che cosa vuol dire Celata?

Provo a immaginare (con tutti i rischi relativi). Dal momento che Filippo aggiunge che può essere idoneo a valutare solo «un soggetto esterno, autonomo, imparziale», deduco che stia parlando in generale della valutazione della ricerca (dei prodotti della ricerca) e non in particolare, ad esempio, dei concorsi (che però sono basati, se ben condotti, proprio su una valutazione dei prodotti della ricerca più qualche altra cosa). Evidentemente, non vuol dire che la valutazione di un saggio o di un libro non dev’essere data da chi l’ha scritto, che è cosa pacifica. Dev’essere data da suoi «pari» che siano «esterni, autonomi, imparziali».

La questione sarebbe allora: chi sono i «pari»?

I nostri pari «ce li scegliamo noi»: nel momento in cui ho chiesto di aderire a una comunità scientifico-disciplinare (facendo domanda in un concorso), che a sua volta mi ha accolto (dichiarandomi vincitore in quel concorso), ho trovato i «miei pari», e con quelli ho a che fare [se poi non mi piacciono, in quanto pari, posso sempre provare a cercarmi un’altra comunità].

Per mia parte, riconosco quindi come miei «pari» i geografi italiani – quelli, cioè, che fanno parte della mia comunità disciplinare di riferimento, quella in cui ho chiesto di entrare e che mi ha accolto. Non i geografi giapponesi o olandesi o portoghesi: dai quali, per una serie di circostanze (ve le lascio immaginare) moltissimi punti mi portano a divergere e a differenziarmi. Facciamo cose diverse, abbiamo storie disciplinari diverse, collocazioni accademiche diverse, prospettive paradigmatiche diverse... Cioè non sono strettamente miei «pari». Mi sembra molto probabile che, confrontati a dei chimici, i geografi italiani e quelli giapponesi individuerebbero facilmente anche una lunga serie di punti di contatto fra loro, delle affinità; e che alla fin fine si riconoscerebbero molto più simili tra di loro che con i chimici. Ma, appunto, «affini», e non «pari».

Nell’intervento sul «Semestrale» ho abbozzato qualche ragione (piuttosto ovvia, per la verità) per cui proprio nel campo delle discipline geografiche (e soprattutto in geografia «umana») la provenienza «nazionale», con tutto quello che implica, ha un peso che non può/deve essere sottovalutato. Non mi voglio ripetere. E non voglio nemmeno enfatizzare più di tanto questo aspetto, perché riconosco che le affinità possono essere e spesso sono molto forti, stringenti. Ma insisto e invito a riflettere sul punto che i «pari» di un geografo italiano sono gli altri geografi italiani: che si tratti di valutare la ricerca o la didattica, le funzioni accademiche o il ruolo «pubblico», il confronto con dei geografi appartenenti ad altre comunità nazionali non sarebbe propriamente fra «pari». Nell’articolo che Filippo Celata cita (in corso di pubblicazione nella «Rivista»), da un lato si accenna al ruolo fondamentale delle scuole geografiche «nazionali» (definite, veramente, «internazionali» – vabbè), ma poi ce se ne dimentica bellamente nel resto del ragionamento.

È del tutto evidente che il confronto «accademico» con i colleghi geografi di altre tradizioni nazionali può e deve essere perseguito; ed è possibile (non andrei oltre) che ne derivino degli interessanti contributi alla reciproca crescita scientifica, che possono essere importati nelle rispettive comunità nazionali ecc. ecc. e che alla fin fine si vada piuttosto verso una progressiva assimilazione che verso una ulteriore differenziazione. Vero. Ma insisto che in geografia (e in altre discipline «sociali») rimangono e rimarranno delle differenze sostanziali troppo nette perché si possa parlare a tutti gli effetti di «pari». Aggiungo che la questione sembra porsi anche per alcune almeno delle discipline «scientifiche», stando a quanto mi si dice.

In termini operativi, se da questo confronto dovessero derivare conseguenze in ordine alle immissioni in ruolo, agli avanzamenti di carriera, alla dotazione di risorse finanziarie, all’attribuzione di posti e via dicendo, mi pare quindi che sarebbe un gravissimo errore ricorrere alla «terzietà» del collega straniero.

Detto questo, non solo non mi pare che una valutazione tra «pari» (effettivamente tali) sia diabolica, ma ho scritto esattamente il contrario («Solamente le comunità scientifico-disciplinari hanno questa capacità»: naturalmente, ragiono in termini di comunità, di collettivo e non credo che si possa ragionare su un piano differente).

 

Nel seguito del suo post, Filippo parla della cooptazione e del ruolo dei «maestri». Ne parla in maniera impropria, con una serie (anche lui) di imprecisioni, come credo di avere dimostrato stamattina e quindi non insisto oltre; ho del resto l’impressione che la sua «tirata» sulla cooptazione sia «frutto di un forte pregiudizio», per usare le sue parole. Ma io adoro la polemica...

 

Tra le cose che Celata scrive a seguire, c’è la questione della valutazione ex post.

Scrive: «ognuno faccia quello che gli pare [in sede di valutazione e di selezione], ma che poi sia chiamato a renderne conto». Certo. È del resto quello che è sempre successo, anche se non si è quasi mai arrivati a un qualche redde rationem in un’aula di tribunale. Ma siamo d’accordo, al punto che l’ho scritto (forse Filippo ha saltato quella riga): «l’arbitrio, la valutazione infondata, in un meccanismo autoreferenziale alla lunga non paga: è disfunzionale». Capisco che il giustizialismo sia ormai penetrato anche nell’università e che magari qualcuno avrebbe fretta di vedere in ceppi gli autori di certi misfatti concorsuali. Ma, a ben riflettere, «giustizia si è fatta», in qualche modo, anche in passato: certamente nel lungo periodo, certamente con costi che possiamo ritenere troppo elevati, certamente lungo percorsi tortuosi. Finché le condizioni di funzionamento del sistema accademico sono rimaste autoreferenziali quanto basta (avete letto bene), l’imposizione di un candidato-scamorza, di una teoria fasulla, di un paradigma obsoleto non ha pagato. E la ricerca di qualità, le scuole di qualità, i candidati di qualità hanno finito per emergere comunque. Ripeto: tempi forse troppo lunghi, costi troppo elevati, sprechi e frustrazioni.

Diciamo, allora, che aspettare che la storia faccia giustizia (come è abituata a fare) non ci basta. Vogliamo accorciare il tempo d’attesa. Bene: cerchiamo il modo di attuare una valutazione che sia efficace, seria e credibile – e quindi non affidata a sistemi superficiali di cui si è già detto il peggio del peggio, e che però (grazie a chi ne ha cominciato a parlare) ora sono i soli cui si fa riferimento, a livello di singoli atenei e a livello ministeriale...

Una valutazione seria e credibile, attuata da «pari», non è impossibile e non mi trova affatto insofferente. Non so quali siano le «trasparenze» attraverso le quali Filippo Celata vedrebbe una mia insofferenza alla valutazione: alla valutazione cretina, certamente sì; a una valutazione che faccia ricorso alla ridicola panacea dello «straniero», sì; a una valutazione che si pretenda «oggettiva» e «neutra», sì. A una valutazione come quella del CIVR, che è stata condotta (chiedete in giro come, ma in dettaglio) su una selezione «bilanciata» di prodotti (nell’ateneo in cui prestavo servizio, i prodotti dei geografi furono – da altri – considerati troppo numerosi rispetto a quelli delle altre discipline e perciò decurtati – come? e che valutazione viene fuori?), e da un panel di esperti non rappresentativo: a come è stata fatta, certamente sì. Ma non è nemmeno insofferenza per le soluzioni in sé: è più che altro sfiducia «strutturale» nelle soluzioni prospettate, e perciò una certa insofferenza verso chi non si rende conto della loro inutilità.

Non credo affatto che una qualsiasi valutazione eteronormata possa incidere virtuosamente sulle dinamiche intradisciplinari. Tutto qui.

Non dovrebbe esserci bisogno di una valutazione apposita ed esplicita, se il sistema fosse messo in condizione di autoregolarsi, come si è autoregolato per secoli. La sua autoregolazione è stata sempre esattamente intessuta di valutazioni, implicite nei percorsi di formazione, nelle modalità di selezione del personale, nelle procedure di avanzamento e via dicendo. Si lasci marciare il sistema, gli si restituiscano risorse e funzionalità, e a regime il sistema si rimetterà in grado di valutarsi da sé, secondo le dinamiche «normali» delle comunità disciplinari.

Se abbiamo fretta, se abbiamo davvero bisogno di quelle che ho chiamato «scorciatoie», si potrà trovare una strada, che valuti prima o dopo oppure sia prima sia dopo – seguendo lo schema proposto da Filippo. Torno a ripetere che la valutazione ex post a mio parere andrebbe lasciata alle dinamiche disciplinari più che a interventi normativi dall’esterno: a un meccanismo di tipo «evoluzionistico», per intenderci. Sulla valutazione ex ante si può fare di più: e non solo – come scrivevo – facendo leva su «le sensibilità, le onestà, le intelligenze» («Semestrale») e «spingendo al margine i comportamenti scorretti» (Valutarci), ma anche provando a sperimentare forme diverse di implicazione della comunità disciplinare: ad esempio («Semestrale») delle valutazioni in cui «tutta la comunità è ammessa a ‘votare’ gli ingressi nella corporazione e gli avanzamenti in carriera». Come dire: il massimo della valutazione – a smentita della mia presunta insofferenza – perché presa in carico non attraverso commissioni e mediazioni, ma direttamente, democraticamente e unitariamente dalla comunità disciplinare nella sua interezza; e probabilmente in grado di tagliare fuori o almeno minimizzare i comportamenti scorretti e le relative conseguenze. Solo grazie all’autovalutazione (collettiva), all’autoreferenzialità (disciplinare) e alla cooptazione (comunitaria).

 

Le proposte e le considerazioni avanzate nell’articolo sulla «Rivista», per concludere, sono ragionevoli, interessanti e anche condivisibili in qualche misura. Anche se partono da un presupposto che può irrimediabilmente irritare qualcuno (ad esempio il sottoscritto): quell’«inevitabile, quindi, assecondare questi cambiamenti» messo proprio in apertura, a proposito delle modifiche di funzionamento che riguardano l’Università. Inevitabile? sicuri? Lasciamo correre.

Avete perfettamente ragione (lo diciamo e ripetiamo ormai in molti e da mesi) nello scrivere che le istanze disciplinari geografiche DEVONO URGENTEMENTE PRENDERE UNA POSIZIONE unitaria e pubblica a proposito dei criteri di valutazione da adottare per la geografia in Italia.

Interessanti e condivisibili sono le proposte, dicevo, a parte qualche slittamento tautologico, ma almeno altrettanto finiscono per essere dei «pannicelli caldi», nella migliore delle ipotesi, o di farci tornare al punto di partenza. Esempio: requisiti minimi per l’accesso alle fasce di docenza. E che cosa sarebbero, se non una valutazione della quantità e della sede delle pubblicazioni? e chi ci garantisce che la sufficiente quantità rispecchi una sufficiente qualità? e chi stabilisce quali siano le sedi di pubblicazione «buone»? Il podestà forestiero? Siamo alle solite...

 

Un saluto e alla prossima puntata,

 

            Claudio Cerreti

 

 

 
Nuovo messaggio 18/01/2010 12.10
L'Utente non è in linea Rossi
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Re: Valutazione e dintorni - Per me "pari" sono... 
Modificato Da Rossi  in 18/01/2010 13.13.32)

Carissimi tutti,

dalla discussione emerge che il nodo cruciale è la questione nazionale/internazionale. Se non è ammissibile "denazionalizzare" il governo della disciplina nel reclutamento e nella distribuzione dei fondi, perché le comunità accademiche devono dimostrare di essere capaci di auto-governarsi, è plausibile pensare di lavorare almeno nel medio e lungo periodo - in un'epoca di globalizzazione come quella attuale - per l'internazionalizzazione del sapere geografico, per la costruzione di uno "spazio comune" di ricerca e dibattito scientifico al di là dei confini nazionali, come obiettivo strategico del nostro agire?

In tal caso bisogna iniziare a lavorare a quest'obiettivo sin d'ora, investendo nel futuro: inviando i giovani a studiare all'estero in sedi prestigiose (in dipartimenti, centri di ricerca geografici e scuole dottorali di fama internazionale) e invitando a nostra volta studiosi stranieri (giovani o già affermati) a tenere conferenze e attività di formazione nelle nostre università. La geografia non ha che da guadagnarci da questa prospettiva, speriamo che in un tempo non troppo lontano possa diventare realtà.

cari saluti,
Ugo Rossi

 
Nuovo messaggio 19/01/2010 19.48
L'Utente non è in linea Celata
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Re: Valutazione e dintorni - Per me "pari" sono... 
Modificato Da Celata  in 19/01/2010 20.55.40)

Caro Professore,

la ringrazio per il chiarimento etimologico, che ho trovato divertente. Ma credo che ci fossimo capiti bene anche prima.

Cooptazione è quella situazione per la quale il vincitore del concorso è scelto (optare) collettivamente (cum) dal raggruppamento disciplinare di cui fa parte. Che male c’è se costui proviene dalla stessa scuola presso la quale viene reclutato, specie se è in possesso di un curriculum adeguato? Ma come è possibile che tale circostanza si verifichi quasi sempre? La scelta del candidato “migliore”, come noto, avviene in genere preventivamente, prima ancora che il concorso sia bandito. Affinchè questa scelta sia confermata dalle procedure concorsuali, le comunità disciplinari mettono in atto una serie di comportamenti che vanno dal pilotare la selezione dei commissari allo scoraggiare eventuali candidati alternativi, potenzialmente pericolosi, dal presentarsi al concorso. La legge prevede che i commissari, e le comunità disciplinari di cui fanno parte, possano utilizzare liberamente la loro discrezionalità, ma punisce chi si adopera per distorcere, attraverso le pratiche di cui sopra, il libero svolgimento dei concorsi. La legge non elenca, inoltre, tra i criteri utili alla selezione, l’appartenenza a “scuole”, la fiducia e i debiti di riconoscenza che i maestri hanno nei confronti dei loro allievi. Non sono mai stato giustizialista, né un fanatico di norme, controlli e sanzioni, ma lo sto diventando in un paese nel quale la legalità è un optional, tanto che il confine tra lecito e illecito è oggetto di libere interpretazioni personali.

So bene che nel suo articolo lei non difendeva tali comportamenti scorretti, quanto piuttosto l’autonomia delle comunità disciplinari. In realtà le procedure previste sono abbastanza rigide. In altri contesti universitari c’è maggiore libertà. In Italia il commissario è una sorta di arbitro, terzo, che dovrebbe giudicare esclusivamente le capacità scientifiche che il candidato ha dimostrato nell’ambito della disciplina di riferimento (senza distinzioni di “scuole”). Tale rigida impostazione, più o meno condivisibile (a me non piace affatto), è incompatibile con le modalità previste, fino a ieri, per la composizione delle commissioni. Essa è incompatibile, inoltre, con una prassi consolidata denominata in genere “cooptazione”.

Come ho scritto, le nuove procedure post-riforma vanno nel senso di ampliare l'autonomia di scelta delle sedi universitarie: i ricercatori a tempo determinato sono scelti dagli ordinari della sede che bandisce il concorso. Professori associati e ordinari dovranno superare le abilitazioni nazionali, ma potranno poi essere chiamati direttamente dai diversi Dipartimenti.

Come può funzionare il meccanismo responsabilizzante, in questo quadro (al di là del fatto che concorsi e abilitazioni si baseranno ancora sui titoli e sui meriti dei candidati)? Grazie a meccanismi che premiano chi ottiene i migliori risultati e penalizzano chi non li ottiene. E su cosa possono basarsi tali meccanismi, se non su strumenti e sistemi di valutazione della qualità della ricerca? Tali valutazioni si basano su criteri non del tutto oggettivi, riduttivi, su una “quantificazione” odiosa e potenzialmente fuorviante? Purtroppo si, temo che sia inevitabile. Tali valutazioni devono essere affidate, come lei denuncia, ad “altri”? Ancora una volta si. E’ indispensabile: il riferimento è ad un agenzia nazionale, indipendente, come dovrebbe essere l’ANVUR. Ma l’oggetto della valutazione, il risultato in “classifica”, non potrà che essere stabilito in relazione e all’interno della disciplina di riferimento.

Mi spiace se ha letto nelle mie parole un’accusa personale nei suoi confronti, perché so che invece, su molti di questi temi, la pensiamo allo stesso modo. Mi limitavo a constatare che le “degenerazioni” a cui anche lei ha fatto riferimento, sono in realtà molto più diffuse e pervasive. L’auto-controllo disciplinare rischia di non essere più efficace.

Se, come lei auspica, è necessario adoperarsi per restituire alla parola cooptazione il significato più nobile che le è proprio, e la sua originaria funzione, sono d’accordo. La mia idea è che la valutazione sia uno strumento indispensabile a questo fine, sebbene imperfetto. A mio avviso, inoltre, il confronto internazionale è un bene in sé, non un’imposizione della globalizzazione. La strutturazione delle discipline in “scuole” locali, di per sé ammissibile, secondo me scoraggia l’autonomia dei ricercatori, il confronto con l’esterno e la mobilità geografica. E’ legittimo che, su questi temi, abbiamo opinioni diverse. Ma non si può fare finta di non vedere quello che è sotto gli occhi di tutti.

L’autonomia delle discipline è un valore straordinario che deve essere difeso, in primo luogo, da coloro che la utilizzano per portare avanti i propri interessi privati. Mi si potrà dire che in realtà si tratta di interessi “di scuola”, ma io in realtà di codeste scuole ne vedo veramente poche.

 

Filippo Celata

 
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Info dal CUN e dintorni - da Sergio ZILLI (per le informazioni meno recenti vedi nel FORUM)
Aggiornamento dal CUN (Sergio Zilli) - mercoledì 3 marzo 2010

Gentili tutte, Gentili tutti, 

mi rifaccio vivo dopo un po’ per raccontarvi cosa accade al Consiglio Universitario Nazionale che, a differenza delle mie postali, continua assiduamente i suoi lavori (ho appena scoperto che nel 2009 ho trascorso 60 giorni in seduta al ministero di piazzale Kennedy!), regolarmente aggiornati con l’InformaCun, pubblicato sul sito del Consiglio ogni settimana successiva alla seduta (http://www.cun.it/documenti/informacun.aspx ). 

Nelle sessioni trascorse dall’ultima mia, non sono avvenuti fatti epocali. Approvazione del Prin 2008, prima graduatoria del Firb, avvio delle commissioni per le valutazioni comparative del primo semestre 2008, preparazione del nuovo programma CIVR sarebbero stati “fenomeni” da segnalare se avessero avuto un minimo di tempestività rispetto ai tempi previsti. E invece siamo qui ancora ad attendere di sapere quanti soldi arriveranno per  limitare il danno inferto con i tagli della legge 133, ovvero le rimesse dallo scudo fiscale, e la firma del bando per i progetti di ricerca di interesse nazionale per il 2009, da tempo preannunciata. A questo riguardo è curiosa la motivazione, diffusa dal presidente in seduta ufficiale, del ritardo con cui è stata resa nota la lista dei progetti approvati nella seduta del 22 dicembre del comitato dei valutatori: la notizia sarebbe stata trattenuta dall’ufficio stampa del ministero in attesa di un calo di interesse nell’opinione pubblica attorno alla figura  della ministro per poter così ri-attirare l’attenzione sulla stessa. Questo, ammesso che sia vero (e non ho ragione per dubitarlo) vi dà il metro della situazione.

Sulle procedure per la nomina dei commissari per i concorsi del 2008 segnalo che è prevista la continuazione delle votazioni ancora per tutto marzo, anche se ormai riguarda pochi SSD, e fino al completamento della serie non si potrà dare l’avvio alle procedure relative alla seconda sessione del 2008 (la scorsa settimana è stata presentata al riguardo una nota del direttore Tomasi). Nel frattempo si è provveduto alla composizione delle commissioni di conferma per i ricercatori per il biennio 2010-2011. Sul Firb la scelta ministeriale è stata quanto meno curiosa: sono stati ammessi al colloquio soltanto i progetti che hanno ricevuto 40/40, e sono stati esclusi anche quelli con uno o due punti in meno: Vista la “rapidità” dell’esame dei progetti, credo che non sia stato proprio facile distinguere per valori minimi la validità delle proposte, e infatti erano sembrate sensate le voci che attestavano l’indicazione da parte della commissione finale di allargare il colloquio ai tre voti più alti. 

Una parte del lavoro del Consiglio ha riguardato la valutazione della produzione scientifica dei docenti, sia attraverso incontri con una commissione specifica del CNR e con il presidente del CIVR in vista della Valutazione Quinquennale della Ricerca 2004-2008, sulla metodologia della stessa (vedi VQR_NEW_5 su   https://sites.google.com/site/sergiozilli/Home/cun ) su cui è stato approvato un parere (http://www.cun.it/media/104227/ps_2010_01_27.pdf ). E’ stato inoltre votato un documento di proposta dei criteri minimi di “riconoscimento” della scientificità delle pubblicazioni, in funzione dell’anagrafe dei docenti ( cfr. http://www.cun.it/media/104572/ps_2010_02_24_001.pdf ). Con questo si è voluto attestare il raggiungimento di un’opinione condivisa, al di là di quanto propongono singoli e “incontrollati” gruppi di lavoro, su quali possano essere le metodologie di individuazione dei modi e degli spazi di pubblicazione (al di là dei criteri bibliometrici, quando e se condivisi) , anche perchè che la legge prevede la necessità di “pubblicazioni” nel biennio precedente per ottenere gli scatti stipendiali. 

Siamo al solito intervenuti per segnalare alcune disfunzioni nella politica universitaria, come l’ (insana) imposizione del controllo preventivo da parte della Corte dei Conti sui contratti di consulenza e collaborazione da pare delle università (http://www.cun.it/media/104321/mo_2010_02_10_001.pdf ) o sul ritardo e la modalità di distribuzione del FFO per il 2010 (http://www.cun.it/media/104367/mo_2010_02_11_001.pdf ) chiedendo prontezza di erogazione, un minimo di programmazione (certa e quinquennale) e una ridefinizione dei criteri di premialità. Su quest ultimo documento abbiamo avuto una curiosa “contro” mozione da parte del senato accademico dell’università di Torino, il cui rettore dovrebbe far parte del Cun, ma da lungo tempo ormai ne è assente.

Abbiamo ancora richiamato, in occasione delle prime verifiche degli ordinamenti didattici (la cui consegna è stata prorogata al 31 marzo), le difficoltà sorte dall’emanazione della nota 160 del 4 settembre 2009: il sistema universitario deve reggersi su decreti precisi, non su elenchi di intenzioni che non possono essere assunti quali strumenti legislativi (http://www.cun.it/media/104364/mo_2010_02_10_002.pdf ). 

In conclusione vi segnalo quella che forse è stata l’azione più politica del Consiglio, ovvero l’emanazione del parere sul disegno di legge governativo sull’università, la cui discussione si è aperta nel dicembre scorso alla VII commissione del Senato (http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede/Ddliter/34595.htm ). Il nostro documento è stato lungamente discusso nelle tre commissioni interessate (Automia, Programmazione e Reclutamento/Stato giuridico) che hanno prodotto delle relazioni che non davano un giudizio proprio entusiasmante della proposta avanzata dal Governo e che non coincidevano con l’opinione di una parte dell’aula. Il compromesso raggiunto, per poter arrivare alla diffusione di un documento in tempi umani, è stato un ampio testo diviso tra un’introduzione  “buonista” ed una serie di allegati in cui le criticità vengono evidenziate (http://www.cun.it/media/104165/ps_2010_01_14.pdf ).

Nel frattempo con un gruppo di consiglieri mi sono attivato, promuovendo diversi incontri con gruppi parlamentari, singoli deputati e senatori, forze sindacali per segnalare i potenziali rischi contenuti nel ddl (uno per tutti: il blocco totale del reclutamento per almeno 4 anni) e suggerire una serie di emendamenti per limitare i danni. Del risultato di questo lavoro si avrà notizia nelle prossime settimane, dato che la serie degli interventi in VII commissione si è conclusa.  
 

La prossima sessione si terrà nella prima settimana di marzo, e almeno fino all’estate si proseguirà a cadenze bisettimanali. 

Augurando a tutte e tutti un buon lavoro,

vi saluto caramente 

Sergio Zilli

 
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commissioni di conferma per i ricercatori valida per il biennio 2010 e 2011 - mercoledì 17 febbraio 2010

commissioni di conferma per i ricercatori valida per il biennio 2010 e 2011. Con E si indica l'effettivo, con S il supplente

 

COMMISSIONE M-GGR/01 - Valida
Aggiornata 09/02/2010 - Sorteggio 11/02/2010

Ordine Sort Ruolo N. Cognome Nome Settore Ateneo Facoltà
1 E O 1 BARTALETTI Fabrizio M-GGR/01 Univ. GENOVA LETTERE e FILOSOFIA
2 E O 2 CORTESI Gisella M-GGR/01 Univ. PISA LETTERE e FILOSOFIA
1 E A 9 SCHMIDT MULLER DI FRIEDBERG Marcella M-GGR/01 Univ. MILANO-BICOCCA SC. della FORMAZIONE
3 S O 5 MICELLI Francesco M-GGR/01 Univ. TRIESTE LETTERE e FILOSOFIA
4 S O 6 VALLERANI Francesco M-GGR/01 Univ. VENEZIA LETTERE e FILOSOFIA
2 S A 8 GAFFURI Luigi M-GGR/01 Univ. L'AQUILA LETTERE e FILOSOFIA
 

COMMISSIONE M-GGR/02 - Valida
Aggiornata 09/02/2010 - Sorteggio 11/02/2010

Ordine Sort Ruolo N. Cognome Nome Settore Ateneo Facoltà
1 E O 1 LUSSANA Elvira M-GGR/02 Univ. PERUGIA ECONOMIA
2 E O 2 LUCIA Maria Giuseppina M-GGR/02 Univ. TORINO ECONOMIA
1 E A 9 PIOLETTI Anna Maria M-GGR/02 VALLE D'AOSTA SC. della FORMAZIONE
3 S O 5 UGOLINI Gian Marco M-GGR/02 Univ. GENOVA LETTERE e FILOSOFIA
4 S O 6 VALLINO Fabienne Orazie M-GGR/02 Univ. TUSCIA LINGUE LETT.STR.MOD.
2 S A 8 PARADISO Maria M-GGR/02 Univ. SANNIO (BN) SC.ECON.AZIENDALI

Sergio Zilli

 
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Un unico link per tutti i concorsi - mercoledì 17 febbraio 2010

Segnalo che la CRUI ha introdotto una pagina nella quale si vorrebbe dare notizia di tutti i concorsi banditi dalle università italiane. Temo non sia garantita l'esaustività, ma l'idea è interessante e il link può essere utile:

 

http://www.crui.it/HomePage.aspx?ref=1824

 

 

 
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"Programma per giovani ricercatori" - giovedì 24 dicembre 2009

Tra le sorprese sotto l'albero è uscito il Decreto Ministeriale 27 novembre
2009 prot. n. 230/2009 rivolto a giovani studiosi in possesso del titolo di dottore di ricerca o equivalente, conseguito da non più di sei anni e risultino stabilmente impegnati all'estero da almeno un triennio in attività didattica o di ricerca. Si riferisce a contratti per ricercatori a tempo determinato e dispone di un finanziamento di sei milioni di euro per programmi triennalei rinnovabili se rifinanziati (cfr. http://www.miur.it/0006Menu_C/0012Docume/0015Atti_M/8123Progra.htm).

Le domande dovranno essere presentate direttamente dagli interessati, utilizzando l'apposito sito web MIUR-CINECA (http://cervelli. cineca.it) entro il 29.1.2010.
[NB dal gruppo di lavoro di luogoespazio.info: possibile variazione: Sergio ci comunica (12 gennaio) che è probabile che il termine venga prorogato al 12 febbraio. Ovviamente chi è interessato, nell'incertezza, farebbe meglio a completare le pratiche entro il 29 gennaio]

Ciao e buone feste
sergio zilli

 

 

 
Il "documento finale" del convegno di Roma, 23-24/9/2009

Il 23 e 24 di settembre si è svolto a Roma un convegno dal titolo Problemi e prospettive dei periodici geografici accademici (QUI per il programma), durante il quale si è cercato di fare il punto su alcuni temi, tra i quali il ruolo delle riviste scientifiche di geografia e i sistemi di valutazione da adottare.

Al termine di una discussione vasta, articolata ed approfondita è stato prodotto un documento diretto alla comunità dei geografi, che gli organizzatori hanno provveduto a diffondere e che luogoespazio.info volentieri riporta:

 

Roma, 24 settembre

Problemi e prospettive dei periodici geografici

Documento finale

 

Alla comunità dei geografi

Alla luce degli argomenti proposti negli interventi e delle questioni discusse durante i dibattiti che hanno caratterizzato le due giornate di lavori del Convegno, è emersa la necessità di individuare criteri e parametri che consentano di “classificare” le riviste scientifiche di geografia ai fini della valutazione della qualità della ricerca scientifica.

Si propongono per questo i seguenti criteri:

                       

·       Rispetto della periodicità
·
       Peer – review: un sistema trasparente di referaggio almeno doppio e cieco
·
       Grado di diffusione
·
       Internazionalizzazione:

a) abstract e titolo in lingua straniera

b) presenza di autori stranieri (affiliazione)

c) presenza di stranieri nel Comitato scientifico

d)  presenza di stranieri tra i referee

 

Si auspica che l’organismo di rappresentanza della comunità (AGeI) si adoperi affinché:

1.      si avvii un censimento delle odierne riviste di geografia,
2.      si individuino tra queste quelle che soddisfano i criteri sopra indicati,
3.      si formuli su questa base una proposta di valutazione dei prodotti scientifici,
4.      si operi perché questi criteri di valutazione siano condivisi dall’intera comunità dei geografi e diventino momento di confronto con le altre comunità scientifiche.

Associazione Italiana Insegnanti di Geografia e Centro Italiano per gli Studi Storico-Geografici

 

Poiché il convegno, che seguiva un importante incontro su temi simili (Roma, 8 luglio 2009; QUI per il programma e la documentazione), è stata l'occasione per una discussione molto aperta e, a nostro parere, interessante, luogoespazio.info si sta attivando, grazie anche agli organizzatori, per pubblicare il video dell'intero evento.

 

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