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Geografia e attualità

Inviato da: M T
03/12/2009 12.52

  di SM

Il 16 febbraio del 2005 è considerata la data ufficiale dell’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto. Qualche mese prima la Federazione Russa, responsabile - secondo i dati rilevati nel 1990 - del 17,4% del totale delle emissioni di CO2 nell’atmosfera, era infatti entrata nella lista dei firmatari. Deve  essere stato  un mercoledì o un giovedì, io mi trovavo nel mezzo di una delle mie ultime settimane di lavoro per una nota associazione ambientalista italiana. Negli anni precedenti avevo lavorato, anche se non in prima linea, per l’organizzazione della COP 9 a Milano, la nona edizione della Conferenza delle Parti (la conferenza sui cambiamenti climatici organizzata annualmente dal United Nations Framework Convention on Climate Change). Parte del mio lavoro era seguire da vicino il dibattito sugli accordi internazionali in tema di cambiamento climatico e già allora mi parve che il Protocollo nascesse, se per nascita si può intendere la sua entrata in vigore, come datato e fondamentalmente inadeguato.

 

Questa mia impressione è stata negli anni confermata dal fatto che la road-map per la ridefinizione delle soglie di riduzione stabilite nel 1997 sia partita già due anni dopo l’effettiva entrata in vigore del Protocollo stesso. Il quadriennio 2008-2012 infatti era stato identificato, già in origine, come il periodo di riferimento per il conseguimento degli obiettivi di Kyoto e per la ridefinizione dei nuovi target, con la speranza di ratificare un nuovo accordo che si estendesse anche agli Stati non-firmatari.

 

 Il Protocollo di Kyoto è nato già superato anche perché fondato su parametri di riduzione delle emissioni calibrati sulla base di dati obsoleti, ma soprattutto perché allora non prevedeva l’impegno di due giganti delle emissioni di gas clima-alteranti a livello globale: Australia e Stati Uniti. Proprio su questi piani si è giocata la partita post-Kyoto che ha avuto come momento culminante la COP 13, a Bali, nel dicembre del 2007. Bali ha segnato, fino ad oggi, il momento di massima copertura mediatica sulle COP e di maggiori attese politiche e di opinione pubblica. Copertura e attese che da Bali sono state proiettate pesantemente sulla COP 15, la conferenza che inizierà settimana prossima a Copenaghen e che è stata pubblicamente presentata come uno dei passaggi fondamentale per la nascita di un nuovo accordo sulla lotta al cambiamento climatico.

 

 Mi pare che gli aspetti geograficamente più interessanti legati a questa attesa non siano da ricercare nelle analisi relative al valore scientifico dei modelli elaborati nell’ultimo decennio o all’evoluzione della loro validità previsionale, quanto nelle partite rimaste aperte dal 2005, se non dal 1997. Da una parte la domanda sulla reale rilevanza politica dell’UE e, dall’altra, l’evoluzione nei rapporti economici e geopolitici tra alcuni protagonisti rimasti ai margini del tavolo (Stati Uniti) e altri che si sono avvicinati al tavolo negli ultimi anni, come Cina e India.  A questo proposito per avere il quadro chiaro delle diverse posizioni rispetto al Protocollo si rimanda alla più recente versione dello ‘stato di ratifica’ pubblicata dallo United Nations Framework Convention on Climate (http://unfccc.int/files/kyoto_protocol/status_of_ratification/application/pdf/kp_ratification_chad_20091106.pdf) e, per una visione d’insieme, alla carta curata da greenpointenergy.net (http://greenpointenergy.net/assets/images/koyoto-world.png).

 

 La geografa economica Maria Tinacci Mossello (2007) ci ha ricordato come l’UE non solo abbia rappresentato un attore fondamentale durante tutto il percorso che ha portato alla ratifica del Protocollo, ma che il Programma d’azione UE in  materia ambientale - per il decennio che si avvia alla conclusione – sia una delle “radici politiche” del Protocollo stesso. In questo senso vanno letti gli appelli europei, quali quello recentissimo del Ministro svedese Andreas Carlgren, a Washington e Pechino perché entrino come attori chiave nel processo di definizione di un nuovo accordo, all’interno di una cornice “vincolante, comprensiva e ambiziosa”. Tuttavia il peso politico dell’Unione nel corso della road-map sembra aver conosciuto un parziale declino. Nelle ultime settimane, infatti, dopo mesi di alti e bassi nella copertura mediatica relativa alla COP 15, l’attenzione si è destata sulle dichiarazioni statunitensi e cinesi, ma anche indiane, nei confronti del prossimo incontro a Copenhagen. Il 15 novembre, ai margini del vertice Asia-Pacifico, è stato annunciata pubblicamente l’idea di un accordo bilaterale sui temi ambientali tra Cina e Stati Uniti. Qualche osservatore (per la stampa italiana si veda, ad esempio, Federico Rampini (www.repubblica.it/2009/11/sezioni/esteri/obama-presidenza-12/bocciato-copenaghen/bocciato-copenaghen.html) ha letto tale accordo come una brutale stroncatura delle speranze riposte sulla COP 15 e come l’apertura di un nuovo tavolo da gioco che esclude i protagonisti originali di Kyoto. Pochi giorni dopo, il 25 novembre, il New York Times (http://dotearth.blogs.nytimes.com/2009/11/25/obama-confirms-copenhagen-stop/?scp=3&sq=copenhagen%20climate%20change&st=cse) ha annunciato  la partecipazione del presidente Obama alla COP 15 e la preparazione di un piano USA per la riduzione, entro il 2025, del 30% delle emissioni (calcolate sui livelli del 2005 e non del 1990) e del 42% entro il 2050.

 

 In questa nota vorrei porre l’attenzione su un punto fondamentale: a pochi giorni dall’inizio della COP 15 la questione  nodale  non riguarda tanto l’opportunità di esprimere una valutazione sul piano di Obama, quanto piuttosto quella di porsi una domanda basilare. In quale orizzonte dobbiamo collocare la Conferenza delle Parti che sta per iniziare? In sostanza mi sembra che le opzioni siano due. Il primo orizzonte potrebbe essere la radicalizzazione, già evidente nelle precedenti COP e anche a Bali, delle posizioni divergenti sostenute, da una parte, da chi sta seduto al tavolo dal 1997 (ad esempio l’UE) e, dall’altra, da chi è rimasto storicamente ai margini, o ha mantenuto una posizione di parziale accettazione del Protocollo, con una presumibile ennesima ‘chiamata alle armi’ da parte europea, come sembra dalle dichiarazioni di Carlegren. Il secondo, assai probabile alla luce dalle recenti dichiarazioni sopracitate, che la partita si vada a giocare altrove, cioè fuori dallo spazio creato dalle COP  (magari sulle sponde del Pacifico) e che, dunque, un  futuro nuovo accordo, o protocollo, nasca con i limiti con i quali è cresciuto il precedente.

 

 Qualche lettore potrebbe far notare la marginalità di questo spunto di riflessione rispetto ad altri piani di lettura della COP 15. Poiché nei giorni della COP 15 è pensabile che la copertura mediatica cresca ulteriormente, ed il discorso si articoli su piani diversi rispetto a quello qui sviluppato, sembra utile indicare alcuni riferimenti on line che permettano a ciascuno di rimanere aggiornato, di disporre dei documenti ufficiali e di leggere le versioni integrali delle dichiarazioni rilasciate utilizzando canali diversi rispetto a quelli della stampa nazionale e internazionale.  A questo scopo mi sembrano particolarmente utili i seguenti:

 

http://en.cop15.dk, il sito web ufficiale della COP.

http://www.iisd.ca/climate/cop15, la pagina nella quale l’IISD aggiornerà in tempo reale sugli sviluppi dei lavori.

http://www.stopthefever.org/campagne, pagina di Legambiente nella quale nei giorni finali della COP sarà possibile seguire i lavori in diretta.

 

Alla conclusione della COP non vi risparmieremo un nostro commento sugli sviluppi dalla Danimarca: dunque a presto, su questo tema, sugli stessi pixel.

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