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Geografia e attualità

Inviato da: M T
19/02/2010 19.19

 

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Luogoespazio (D.P.)

Quando si pensa alla parola “paesaggio”, di norma si affacciano alla mente immagini ambientali, sospese fra il documentario televisivo e la pubblicità turistica, che spaziano dal mare alle colline, dalle montagne ai laghi, ma che sono in fondo accomunate da un aspetto: la prevalenza della componente fisico-naturale. Eppure, se andiamo a controllare la Convenzione Europea del Paesaggio –presentata a Firenze nel 2000 ed adottata ufficialmente dall’Italia nel 2006– si legge nel “Preambolo” che una delle fondamenta del concetto risiede nel riconoscimento che «il paesaggio è in ogni luogo un elemento importante della qualità della vita delle popolazioni: nelle aree urbane e nelle campagne, nei territori degradati, come in quelli di grande qualità, nelle zone considerate eccezionali, come in quelle della vita quotidiana». In questa accezione, il paesaggio esiste, dunque, dappertutto. Se pensiamo allora alla nostra quotidianità ed a quali scenari spaziali essa attraversa di norma, ne risulta che i “paesaggi” della vita “feriale” non sono fatti –se non per alcune fortunate eccezioni professionali– di cascate, cime innevate, panorami mozzafiato, ma piuttosto di più comuni strade, case, palazzi, città, persone. Già, persone. Le persone fanno parte del paesaggio? Non solo nel senso –assodato nella tradizione geografica– che è l’intervento antropico ad aver plasmato i territori nelle loro attuali fattezze, ma anche nel significato più letterale dell’efficace sintesi proposta dal geografo Eugenio Turri attraverso la metafora del “paesaggio come teatro”: le persone sono anche “attori” che si muovono, consciamente, nello spazio del palcoscenico paesaggistico.

L’immagine “primigenia” ed “incontaminata” di paesaggio dalla quale siamo partiti non contempla necessariamente la presenza antropica, ma la quotidianità dei paesaggi che la maggior parte di noi attraversa certamente sì. Il fotografo Luigi Ghirri, in un suo scritto intitolato proprio L’omino sul ciglio del burrone, si sofferma sul ruolo che nella maggioranza delle fotografie presenti negli atlanti scolastici assolveva la figura umana: «Fin da bambino, le fotografie che mi piacevano maggiormente erano quelle di paesaggio, che vedevo intercalate negli Atlanti con le carte geografiche. Mi affascinavano particolarmente queste fotografie, dove immancabile, immobile, appariva un piccolo uomo sovrastato dalle cascate del Niagara, monti, rocce, alberi altissimi, palme grandiose, o sul ciglio di un burrone. Questo omino lo trovavo poi nelle cartoline, che raffiguravano piazze più o meno celebri, arrampicato sui monumenti storici, disperso nel Foro di Roma. Quell’omino era uno stato di continua contemplazione del mondo, e la sua presenza nelle immagini conferiva a queste un fascino particolare. Non era solo il metro di misurazione delle meraviglie rappresentate, ma grazie a questa unità di misura umana mi restituiva l’idea dello spazio; io lo vedevo in questo modo e credevo, attraverso questo omino, di comprendere il mondo e lo spazio». La riuscita immagine è suggestiva ed evocativa, ma non esaurisce la complessità della presenza umana nei paesaggi che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Come apparirebbe un paesaggio urbano senza persone? Che effetto ci farebbe? Un fotografo americano, Tom Baker, in una recente serie fotografica intitolata “Los Angeles without traffic”, ci restituisce diversi scorci spettralmente deserti di ogni diretta apparizione umana all’interno di una città di norma brulicante perlomeno di traffico automobilistico. Questi scatti hanno qualcosa di inquietante, di “innaturale” nel loro rimandare costantemente ad un’assenza, ad una presenza implicita, quella umana, che rimane però rigorosamente potenziale. Le sue fotografie sembrano rimandare piuttosto ad un immaginario apocalittico e post-atomico frequentato ripetutamente nel cinema hollywoodiano.

Paesaggi pieni o vuoti di persone, dunque? Pensiamo ad una pratica invalsa nella progettazione architettonica: per evitare l’effetto “deserto-urbano”, gli architetti disseminano di figure le loro creazioni progettuali, sia sulla carta sia sullo schermo. Osserviamo con attenzione qual è l’umanità che “abita” questi mondi urbanistici immaginari. Il pianeta dei “rendering” è popolato di famiglie apparentemente felici (di solito ben chiaramente articolate: mamma bionda, papà moro, un bambino ed una bambina; opzionale, ma frequente, il fatto che il bambino abbia in mano un palloncino), di businessman in giacca e cravatta con la borsa sotto il braccio, di donne in eleganti tailleur. Tutti/e, o quasi tutti/e, di aspetto sano, sportivo, magro; tutti/e rigorosamente di pelle bianca, fluttuanti in uno spazio di apparentemente eterna primavera. Probabilmente i progettisti pensano che questo tipo di “paesaggio umano” sia il più appetibile, il meno disturbante: il panorama antropico ideale. E può accadere che anche a noi, distratti osservatori, esso appaia così, o meglio che non si noti nulla di strano, perché questo tipo di umanità è quella di “default” potremmo dire, nell’immaginario urbano astratto. Eppure, se facciamo il confronto con quello che vediamo nella realtà di tutti i giorni, la corrispondenza non è propriamente perfetta.

Il nostro immaginario geografico non solo si nutre di elementi paesaggistici, ma tende anche ad inserire, più o meno automaticamente, le correlate presenze umane. In ogni paesaggio immaginato nella nostra mente, in particolar modo in quelli urbani, tendiamo perciò ad immaginare presenze antropiche di un certo tipo, con un certo aspetto, determinate posture, vestiti, presumibili ruoli: “Dimmi che paesaggio vuoi e ti dirò chi metterci”. Questo “paradigma implicito” della componente umana dei paesaggi tende a definire uno standard di “normalità” e quindi di “accettabilità” di quello che poi vediamo effettivamente nella realtà. Se l’osservazione dal vivo si distacca troppo da questa che è la “formattazione” ideale della figura umana nei paesaggi, la nostra percezione sarà profondamente influenzata. E il paesaggio, ci ricorda la Convenzione Europea, è fondamentalmente risultato di un atto percettivo: «‘Paesaggio’ designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni».

La questione diventa centrale qualora si prenda in considerazione la variabile “etnica”. Il termine è da prendersi, con le dovute pinze, ovviamente, e nella sua accezione più “neutra” ed allargata possibile. Viene in soccorso la definizione che un sociologo della The New School di New York, Arjun Appadurai, dà di “paesaggio etnico” (ethnoscape nell’originale inglese, dal libro Modernity at Large. Cultural Dimensions of Globalization del 1996): «quel panorama di persone che costituisce il mondo mutevole in cui viviamo: turisti, immigrati, rifugiati, esiliati, lavoratori ospiti, ed altri gruppi e individui in movimento costituiscono un tratto essenziale del mondo e sembrano in grado di influenzare la politica delle (e tra le) nazioni ad un livello mai raggiunto prima». Attenendosi ad una delle possibili direzioni di riflessione proposte da Appadurai, i “paesaggi etnici” sono dunque quelli che ci ricordano costantemente che l’umanità è mobile, che le persone si spostano continuamente, che nello stesso luogo, in ogni momento, si incontrano itinerari biografici provenienti dalle più diversificate geografie personali.

 

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2 commenti...

Re: <font size="3">PAESAGGI IMMAGINARI, PAESAGGI REALI E PAESAGGI ETNICI</font>

Da perfetto ignorante, vorrei chiedere: è vero che nelle arti figurative cinesi non esiste alcun paesaggio privo di elementi antropici, per quanto piccolissimi?
ma forse anche nell'arte occidentale, prima dell'affermarsi di un gusto per la "natura incontaminata" (analoga al mito del Buon Selvaggio) che però forse non è anteriore al Romanticismo?
E poi: l' "omino sul ciglio del burrone" è un riferimento ai quadri di Caspar Friedrich (1744-1840) ?

Da M.Castelnovi a   13/03/2010 15.15

PAESAGGI IMMAGINARI, PAESAGGI REALI E PAESAGGI ETNICI</font>

Pur non essendo un esperto di paesaggio nella pittura cinese (ho avuto però la fortuna di ascoltare recentemente - maggio 2009 - una conferenza sul tema di Serena Rinaldi, docente dell'Istituto Superiore di Scienze Religiose, organizzata all'interno del corso di estetica tenuto dalla professoressa Rita Messori all'Università di Parma) direi ugualmente che esiste pittura di paesaggio priva di presenza umana all'interno della tradizione cinese, anche antica (c'è ad esempio un bell'articolo sul sito dell'Istituto Italiano di Cultura di Shanghai al seguente indirizzo: http://iicshanghai.blogspot.com/2009/05/il-paesaggio-ideale-di-annibale_12.html).
Per quanto riguarda la pittura occidentale - ma anche in questo campo sono ben lungi dall'essere un esperto - effettivamente concorderei sul fatto che la presenza umana nel paesaggio è, sia pur sotto diverse forme e spoglie, "la regola" fino al periodo sette-ottocentesco, anche se ovviamente esistono eccezioni e discorsi differenziati a seconda della scuola, del genere di pittura e del contesto socio-geografico.
Quanto a Caspar David Friedrich (1774-1840), infine, il riferimento è senz'altro pertinente e puntuale: il fotografo Luigi Ghirri conosceva bene le opere del pittore tedesco e ne ammirava l'aspetto compositivo, facendone riferimento nei suoi scritti. Il rimando all' "omino" va però anche ad una tradizione pittorica, specialmente di scuola fiamminga e nordica (si veda ad esempio il volume "Baltic Light. Early Open-Air Painting in Denmark and North Germany", catalogo di una mostra tenutasi alla National Gallery del Canada), ma anche di scuola di paesaggio francese nel Settecento (si veda ad esempio l'ottimo "I paesaggi della ragione" di Anna Ottani Cavina - Einaudi 1994), in cui la figurina umana che osserva il paesaggio è già icona figurativa assodata. In questo senso Friedrich si allinea ad una tradizione precedente, pur facendo della sagoma umana osservante il paesaggio uno dei suoi "marchi" stilistici più forti e riconoscibili.
In ultimo, basta guardare qualche edizione degli anni Sessanta e Settanta (del Novecento) degli atlanti scolastici per ritrovare le foto illustrative - spesso appartenenti agli archivi De Agostini o Touring Club - con, quasi immancabile, "l'omino sul ciglio del burrone".
Grazie per l'interesse e per le ottime domande, che meriterebbero studi ben più distesi ed approfonditi.

Da DP (www.luogoespazio.info) a   17/03/2010 18.43

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