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Geografia e attualità

Inviato da: M T
25/02/2010 18.35

 

 

 

 

 

 

 

di Fabio Massimo Parenti

Le recenti polemiche sull’incontro tra Obama e il Dalai Lama confermano un surriscaldamento crescente delle relazioni tra Usa e Cina - in cui Washington si scopre estremamente vulnerabile - in linea con quanto accaduto negli ultimi mesi del 2009. La visita di Obama nella Repubblica Popolare, tra il 15 e il 18 novembre, ha infatti rappresentato un clamoroso fallimento per gli Stati Uniti d’America: continuando a chiedere con insistenza la rivalutazione della valuta cinese in termini di dollari gli Usa hanno ricevuto un netto rifiuto da parte delle autorità di Pechino. La richiesta tanto insistente quanto pretestuosa di una rivalutazione dello yuan - che per quanto lentamente è ciò che tra il 2005 e il 2008 hanno fatto le autorità cinesi (+20%) – appare come un modo per celare le debolezze strutturali degli Usa e per dimostrare al mondo che Washington ha ancora da “insegnare” qualcosa alla Cina, che è invece nella condizione di poter proporre, come fa regolar­mente da qualche anno, soluzioni fondamentali per contribuire al superamento della crisi. 

 

     

 

La crisi esplosa negli Usa e dilagata al livello mondiale avrebbe dovuto generare nuova consapevolezza sulla profondità dei cambiamenti economico-politici che, da alcuni decenni, stanno mutando gli equilibri di potere su scala regionale e globale. In realtà, però, una tale presa di coscienza non c’è stata o quantomeno non è stata così diffusa come chi studia questi fenomeni auspicherebbe. Certo il materiale non manca: dalla letteratura critica sulla globalizzazione a quella sull’ascesa cinese si sarebbero potuti ricavare dati e analisi utili per prevedere ed evitare in parte la crisi globale made in Usa, così come si sarebbe potuto creare un clima meno pregiudiziale verso la Cina e i cinesi e più critico nei confronti dei limiti e delle debolezze del capitalismo occidentale (pur ammettendo tutte le sue diversità interne, come ad esempio tra modello anglosassone e modello renano).

 

     Non c’è ad esempio piena consapevolezza politica del fatto che l’Occidente non terrà a lungo il proprio status di “mondo ricco e avanzato” rispetto al resto del mondo. La dipendenza del secondo rispetto al primo si è già, per molti versi, ribaltata. E’ l’Italia che corteggia Gheddafi e Putin, sono gli Usa che chiedono capitali e merci cinesi, e sono gli africani che prediligono gli investimenti cinesi e la cooperazione con le imprese di Beijing alle risorse dell’Occidente.  

 

     Le ragioni che spiegano questa inversione o transizione verso nuovi assetti di potere sono molte. In generale, possiamo partire dal sottolineare le differenze economiche al livello strutturale, brutalmente sintetizzabili considerando il livello di indebitamento. Nella maggior parte delle economie asiatiche il debito delle famiglie è pari al 50% del Pil, a fronte del 100% in molte economie sviluppate. In Cina e India questo dato è inferiore al 15% (The Economist, 27 giugno 2009). Compariamo ora gli Usa e la Cina, a partire da queste differenze, anche per valutare parzialmente le varie risposte alla crisi e quindi la differenziazione geografica dei relativi impatti. Gli Usa hanno speso molto di più di ciò che hanno guadagnato (il debito delle famiglie è pari al 100% del Pil) ed hanno speculato di più di ciò che hanno prodotto (debito delle società finanziarie pari al 120% del Pil), generando un recessione senza precedenti. La Cina dal canto suo ha mantenuto il più alto tasso di risparmio al mondo senza però compromettere la sua crescita. Ancor di più in tempo di crisi, la Repubblica Popolare ha infatti mostrato l’efficacia delle sue politiche economiche rispetto ai modelli neoliberali occidentali: mantenendo il sistema bancario sotto controllo statale ha limitato gli investimenti puramente speculativi sui derivati, mentre aumentando gli investimenti in capitale fisso (+39% nella prima parte del 2009) e fornendo incentivi di sostegno alla domanda, soprattutto nelle aree più povere e marginali, ha aiutato l’occupazione, i salari e i livelli produttivi. Di conseguenza, tra il 2008 e il 2009, nel pieno della crisi globale, il Pil cinese ha continuato a crescere tra il 7 e il 9 per cento mentre gli Usa hanno registrato valori negativi oscillanti tra –5 e –2 per cento. Tante altre sono le ragioni della forza cinese che qui non è possibile considerare nel dettaglio. Sia però sufficiente ricordare la qualità della sua forza lavoro, oppure le capacità imprenditoriali che è possibile riscontrare nel Paese, il cui sviluppo non è dovuto solo al modello delle state-owned enterprise: tra il 1990 e il 2001 il numero delle piccole imprese è salito da 8 a 60 milioni, pari alla totalità della popolazione italiana (The Economist, 12 settembre 2009).  

 

     Differenti modelli economico-politici nazionali corrispondono evidentemente a condizioni strutturali diverse. Stiamo parlando però di economie altamente internazionalizzate i cui andamenti hanno delle enormi implicazioni sul piano geopolitico mondiale. Quali sono i riflessi esterni di queste divergenze strutturali? Beijing si proietta in modo sempre più esteso in Asia, Africa e America Latina, agendo per scopi energetici, commerciali e strategici, mentre gli Usa difendono i loro spazi di intervento sostenendo l’espansione della Nato e il rafforzamento dei loro comandi militari macroregionali in giro per il mondo (pacom, africom ecc) (su queste differenti modalità di espansione si veda ad esempio James Petras, “The Us and China: One Side is Losing, the Other is Winning”, www.globalresearch.ca, 3 gennaio 2009). Queste sono solo alcune delle manifestazioni macroscopiche di un contesto competitivo segnato da cambiamenti profondi che hanno anche a che fare, in ultima analisi, con la trasformazione del sistema monetario ed energetico internazionale legata ai cosiddetti petrodollari.

 

     I dati relativi alla crescita esponenziale del numero e dell’entità dei Fondi Sovrani Asiatici, pari a circa 4,5 trilioni di dollari alla fine del 2007 (si vedano Benjamin J. Cohen, Sovereign wealth and national security, in “International Affairs”, 4, 2009; e The Economist, special report, 20 settembre 2008), oppure gli accordi bilaterali firmati tra la Cina e altri Paesi del cosiddetto Sud del mondo (Brasile, Argentina e Malaysia) per denominare parte dei loro traffici commerciali in renminbi (moneta ufficiale cinese) – anziché dollaro, sterlina o euro – (Michael Hudson, “De-Dollarization: Dismantling America’s Financial-Military Empire”, www.globalresearch.ca, 13 giugno 2009) dimostrano che il “mondo in via di sviluppo”, ex terzo mondo, ha cominciato a ridurre la propria dipendenza dai capitali statunitensi ed europei. Cosa che si traduce anche in una minore dipendenza politico-strategica. I capitali monetari accumulati negli ultimi 10 anni nell’Oriente asiatico e nei Paesi esportatori di idrocarburi (sotto forma di fondi sovrani e di riserve ufficiali), così come le azioni tese a realizzare un’architettura energetica più autonoma dall’Occidente (sotto l’impulso crescente degli investimenti cinesi) ci parlano di un mutamento che ha numerose implicazioni. Inoltre, le posizioni dell’Asian Development Bank (adb) in merito alla necessità di realizzare una moneta asiatica unica, nonché la nascita e il potenziamento del Fondo Monetario Asiatico sono, più nello specifico, sintomi esemplari di questa maggiore indipendenza nei confronti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, le istituzioni del declinante Washington Consensus.

 

     La progressiva svalutazione del dollaro, il rafforzamento dell’euro, la diversificazione delle riserve in valuta estera e la possibile creazione di una moneta asiatica unica spingono peraltro alcuni produttori a denominare parte dei loro contratti petroliferi in euro o comunque in valute diverse dal dollaro statunitense (manovre in questa direzione sono state già intraprese, dopo l’esempio dell’Iraq di Saddam Hussein, da Iran, Venezuela e, più recentemente, Russia e Brasile; si veda al riguardo Peter Dale Scott, www.globalresearch.ca, 10 giugno 2009). Se a ciò sommiamo l’apertura di borse petrolifere in Asia (come già avvenuto in Iran nel 2008), non è difficile ipotizzare uno sconvolgimento profondo, più o meno graduale, dell’equilibrio finanziario globale e, di conseguenza, l’emergere di nuove configurazioni geopolitiche

 

       I flussi di petrodollari, cioè i dollari cumulati dai Paesi produttori di idrocarburi, e più recentemente di petroeuro verso Oriente, le nuove alleanze commerciali, politiche e militari bi/multinazionali, gli ampi progetti transnazionali di infrastrutturazione, che, attirando i flussi di petrolio e gas naturale verso est, entrano in competizione con il tradizionale predominio occidentale, non sottintendono processi lineari e pacifici, ma, al contrario, articolati e turbolenti, come dimostrano i tanti fronti di tensione in Asia come in Africa. Ciò nonostante, alcune linee sono state tratteggiate e non è un caso che la Cina si senta oggi nella condizione di proporre soluzioni strutturali per contribuire al superamento della crisi. Si tratta di proposte sempre incentrate, ragionevolmente, sulla necessità di superare il fragile e insicuro sistema energetico-monetario dei petrodollari, e di costruirne uno veramente multipolare, non ancorato cioè a un unico sistema nazionale ma un gruppo di Paesi che siano in grado di garantire maggiore stabilità e coordinamento. Le caratteristiche specifiche di una nuova, possibile architettura monetaria devono tuttavia essere ancora elaborate ufficialmente, benché non manchino le idee, come apprendiamo dalle dichiarazioni rilasciate nei più recenti meeting internazionali, in particolare in quelli del BRIC.

 

     In questo scenario economico-politico in transizione, dove si colloca l’Europa? Essa rimane parzialmente ai margini, ovvero è un attore geopoliticamente più debole. Conta molto come realtà geoeconomica, ma pochissimo come entità geopolitica. Nell’intreccio tra le due dimensioni l’Europa è in qualche modo l’anello debole del processo che dovrebbe ridefinire il sistema-mondo contemporaneo. Mentre si dibatte continuamente del cambio yuan-dollaro, che sottintende un’ampia e crescente competizione geopolitica Est-Ovest, l’euro non può ad esempio essere strumento della politica estera europea perché, come recentemente ricordato da Marcello De Cecco su Affari & Finanza del 18 gennaio 2010, la sua moneta non è espressione di uno stato federale e non può avere una politica valutaria come l’hanno gli altri.

 

     La geografia del potere mondiale ruota in sintesi attorno a due modelli, quello Usa centrato su un declinante predominio finanziario e una sempre più spinta azione militare in giro per il mondo, e quello cinese rivolto alla crescita economica e all’esercizio del potere tramite il mercato. C’è chi costruisce e chi distrugge …  per sapere come andrà a finire non ci rimane altro che continuare a monitorare e analizzare i prossimi sviluppi. 

 

 

Bibliografia minima 

 

AA.VV., Per una nuova Bretton Woods. L’alternativa al crac finanziario globale: le grandi infrastrutture euroasiatiche, “Studio dell’Executive Intelligence Review”, Wiesbaden, aprile 2003.

 

Arrighi G., Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo, Milano, Feltrinelli, 2008.

 

Parenti F.M., Mutamento del sistema-mondo. Per una geografia dell’ascesa cinese, Roma, Aracne, 2009.

Serge M. e Michel B., Cinafrica, Milano, il Saggiatore, 2009.

 

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