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Geografia e attualità

Inviato da: M T
12/04/2010 11.57


Visualizza L'Aquila, una città senza centro in una mappa di dimensioni maggiori

di Francesca De Sanctis e Giuseppe Forino

Quando si accede al centro storico de L’Aquila, luogo simbolo del terremoto abruzzese, ancora inaccessibile se non per Vigili del Fuoco, forze di polizia e maestranze private, il principale timore per chi lo visita è quello di apparire come un indiscreto voyeur.

Il centro si mostra nella sua silenziosa desolazione: l’anima della città sta pian piano scomparendo. Uno stillicidio di macerie accompagna i visitatori, quasi a riempire il senso di vuoto provato, descrivibile a malapena dalle fotografie scattate (clicca sulla carta qui sopra). Le chiese medievali sono seriamente danneggiate, le abitazioni sventrate, la privacy violata da sanitari e dispense a vista strada, le piazze ormai divenute cantiere.


E’ un pullulare di operai che accendono fuochi di fortuna per riscaldarsi, fanno la spola tra gli edifici, guidano mezzi meccanici e zigzagano tra gli ostacoli portando materiali da lavoro. La loro indifferenza, la quotidianità di chi da mesi lavora in questo scempio e la convivenza “forzata” con i fantasmi della notte del 6 aprile 2009, spingono i visitatori ad interiorizzare la realtà e, da lì, a ritrovare la serenità: i timori iniziali, dunque, scompaiono.


I lavori sono indirizzati a mettere in sicurezza, imbavagliare tra grandi staffe di acciaio, ingabbiare, ergere contrafforti e impalcature. E’ giusto porre attenzione ai termini: si parla di “mettere in sicurezza”, non di “ricostruire”. La tipologia di tali interventi, infatti, ricade ancora nella fase di “emergenza”, per cui la ricostruzione del centro storico, attualmente, appare lontana e in ritardo. Oltre al fattore temporale la questione cruciale è se e quale futuro si prospetti per il centro storico.


Un’altra problematica scottante, la cui risoluzione è fondamentale per uscire dalla fase dell’emergenza, è lo smaltimento delle macerie che, per ora, giacciono a cumuli sotto gli occhi di tutti. La velocità della bonifica è molto bassa, a causa delle lungaggini dell’iter procedurale previsto dalle recenti normative europee per lo smaltimento dei rifiuti speciali (Direttiva 2006/12/CE) e della presenza di materiali tossici, come l’amianto, tra i resti delle macerie (si veda: Legambiente,
I nervi scoperti della ricostruzione in Abruzzo, clicca qui). Il ritardo nello smaltimento contribuisce ad aumentare ulteriormente la rabbia dei cittadini che chiedono con forza visibilità e ascolto: la loro recente mobilitazione nella zona rossa, “armati” di carriole, è un’azione di riappropriazione simbolica di uno spazio, e del suo processo di rinascita, dal quale sono stati esclusi.

Nel contempo gli sforzi governativi sembrano ancora concentrarsi sulla ricerca di alloggi per gli sfollati; 12.059 fortunati sono stati accolti in 169 dei 183 edifici previsti nelle 19 aree del Progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili), mentre altri 2.366 sono stati sistemati nelle 30 aree M.A.P (Moduli Abitativi Provvisori). Gli sfollati, tuttavia, sono ancora quasi 40.000; alcuni soggiornano negli alberghi sulla costa, altri dimorano presso abitazioni di conoscenti o in affitto in zone sicure, costretti a far la spola per raggiungere il posto di lavoro e poi tornare a ”casa” la sera.


I complessi residenziali del Progetto C.A.S.E. sono stati pianificati come “moduli abitativi di durevole utilizzazione” (D. Lgs. 39/2009), con un frettoloso decreto approvato appena 22 giorni dopo il sisma. La fretta non ha fatto tenere in conto, probabilmente, le conseguenze di queste scelte sul centro storico dell’Aquila e non ha consentito il diretto coinvolgimento della popolazione nei processi decisionali.  


Sembra chiaro, comunque, il modello di organizzazione del territorio previsto per le aree colpite dal sisma. Le aree del Progetto C.A.S.E., che il Presidente del Consiglio, immediatamente dopo l’evento, ha definito
New Town, giocheranno infatti un ruolo importante soprattutto per la localizzazione delle zone residenziali. Saranno approntati servizi e infrastrutture ad hoc per i bisogni dei nuovi residenti a ridosso di piccole frazioni e Comuni a bassa densità di popolazione, in aree ora periferiche, dalle caratteristiche dimensionali, infrastrutturali e con una dotazione di servizi inadeguate ai progetti in atto. L’uso di un concetto come quello di New Town chiarisce immediatamente il modello urbanistico a cui si fa riferimento, richiama alla mente i tanti dubbi che l’applicazione di questo modello ha portato altrove in Italia (Milano 2, Librino, Secondigliano, per certi versi Zingonia) e, soprattutto, mette in guardia sulla corretta attuazione di un’organizzazione urbana decentrata che  dovrebbe correlarsi alla presenza di un centro “forte” e che, in caso contrario, non può che riflettersi nella creazione di periferie senz’anima intorno ad un centro che muta nelle sue funzioni.

Il rischio che potrebbe correre il centro storico de L’Aquila è che, da
core istituzionale e sociale per la popolazione, perda questa sua caratteristica di centralità. Non solo perché i vecchi abitanti sono fisicamente rilocalizzati in periferia, ma anche perché potrebbe diventare oggetto di mire speculative, dati anche gli attuali bassi valori immobiliari e la fretta dei locali di poter tornare a vivere, anche altrove. In tal modo, si attuerebbe un processo speculare a quello della rilocalizzazione gestita dall’alto: i meccanismi di mercato, innescati dalla ricostruzione in atto, contribuirebbero a far perdere anche al centro la sua anima, in correlazione alla crescita di attrattività delle aree periferiche.

Uscendo da L’Aquila si arriva al nuovo villaggio di “casette di legno” (i moduli M.A.P.) di Onna che, a differenza di quanto sta avvenendo all’Aquila, è stato costruito a ridosso del paese. Il villaggio è composto da 47 abitazioni bifamiliari circondate da giardino, una nuova chiesa e  un asilo costruito secondo il progetto di una studentessa morta sotto il crollo della Casa dello Studente de L’Aquila, e ad essa dedicato. Davanti la chiesa, a monito e ricordo, il monumento in memoria delle vittime onnesi del sisma.


Di fronte al villaggio, all’altro lato della strada, ciò che resta della piccola frazione aquilana: il suo spettro. Tutto è crollato, stradine segnate dalle rovine, la chiesa tenuta in piedi dai contrafforti, cantine sventrate, nuovi spazi realizzati portando via le macerie. Lì nella pianura, tra le montagne innevate e la collina aquilana, vive ora un nuovo paese di legno, specchio di quello di pietra, ormai scomparso.

 

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