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Geografia e attualità

Inviato da: M T
16/05/2010 20.54

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Luogoespazio (R.B.)

17 maggio 2010: IV Giornata Mondiale contro l’Omofobia per celebrare la data (17 maggio 1990) in cui l’omosessualità è stata eliminata dall’elenco delle malattie mentali dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. 

Dalla scorsa settimana, in tutta Italia si susseguono manifestazioni, eventi, conferenze pubbliche, momenti di riflessione aperta e sit in per discutere e sensibilizzare autorità e opinione pubblica riguardo alle discriminazione di cui sono vittime le persone LGBTIQ (Lesbian, Gay, Bisex, Transgender, Intersex e Queer). 

L’Italia anche su questo argomento si distingue per l’alto numero di aggressioni omofobe ma soprattutto per essere il fanalino di coda delle politiche contro le discriminazioni di genere rispetto agli altri paesi europei. 

Tra i vari eventi organizzati in tutta la penisola, sono riuscita a partecipare per prossimità geografica a due: uno a Roma e uno a Milano. Mercoledì si è svolto alla Facoltà di Psicologia della Sapienza il convegno Io sono, io scorro, organizzato in due giornate: la prima sul tema dell’omosessualità, la seconda sul transessualismo. L’evento è stato fortemente voluto da studenti/esse allo scopo di colmare la lacuna dei programmi universitari, come si legge nel manifesto “In altri paesi, i temi trattati da questo convegno sono oggetto di studi approfonditi nelle università e di dibattiti culturali di alto livello sui giornali e in televisione. Non è così in Italia, dove ci sembra essere una gran confusione” http://iosonoioscorro.blogspot.com/. Sono intervenuti molti/e accademici/che (filosofi/e, psicologi/ghe, giuristi/e, storici/che della cultura…). Nessun geografo/a.

A Milano sabato 15 maggio si è svolto l’incontro pubblico presso Palazzo Marino, sede del comune di Milano, dal titolo Diversamente uguali, ugualmente diversi (http://travellingalone.blogspot.com/, http://cadavrexquis.typepad.com/cadavrexquis/2010/05/diversamente-uguali-ugualmente-diversi-milano-contro-lomofobia.html) organizzato da MICO (Milano Contro l’Omofobia http://www.milanocontroomofobia.it/) e coordinato da Patrizia Quartieri, Consigliera Comunale e Presidentessa della Commissione Pari Opportunità. All’inizio del suo discorso, la Consigliera ha sottolineato l’importanza del fatto che l’evento si svolgesse proprio all’interno di Palazzo Marino, luogo carico di senso proprio perché ha permesso di legittimare a livello istituzionale i discorsi affrontati (ironico però il fatto che l’incontro non avesse il patrocinio del Comune…). E’ infatti il ‘luogo’ ad aver fatto la differenza, rispetto ad un incontro pubblico sullo stesso tema, con gli stessi interventi ma che si fosse svolto da un’altra parte, in una sede non istituzionale. Al tavolo dei/lle relatori/trici si sono succeduti/e attivisti/e, giuristi/e, giornalisti/e. Nessun geografo/a. Eppure, un qualche contributo allo sviluppo della riflessione forse avrebbero potuto darlo.

Dai discorsi emersi in queste occasioni, infatti, pare che il luogo abbia una sua importanza, soprattutto a livello simbolico (sede del Comune, aula magna dell’Università). Ma allora perché esso viene dato per scontato e soprattutto la riflessione su di esso non viene sviluppata? Si potrebbe pensare che nel momento in cui parliamo di atti gravi come le aggressioni, i luoghi siano solo uno sfondo e la riflessione su di essi passi in secondo piano. In realtà, il fatto che “una coppia venga aggredita solo perché si tiene per mano per strada”, così come ha denunciato l’avvocato Giacinto Corace (rete Lenford http://www.retelenford.it/), dovrebbe far riflettere chi, come molti di noi, tende a ragionare con il filtro spaziale.

Sappiamo molto bene che lo spazio non è un semplice contenitore ma contribuisce esso stesso ad alimentare certe pratiche, a riprodurle, a modellarle e, a volte, anche a legittimarle. Non è difficile capire perché è così diffusa l’idea che una coppia omosessuale possa ‘fare quello che vuole’ nel privato ma le manifestazioni affettive vengano prese come una sorta di ‘provocazione’ nel momento in cui si svolgono per strada, in piazza, in bar (non gay friendly…). Lo spazio pubblico, infatti, pur essendo per definizione ‘di tutti/e’ è considerato in maniera tacita lo spazio dei/lle ‘normali’, di coloro, cioè, che rispondono alle caratteristiche imposte dalle costruzioni sociali e dal senso comune. Da questo ‘dato per scontato’ deriva il sanzionamento sociale verso tutti quei comportamenti considerati ‘non consoni’. 

E’ questo ciò che la geografia ha tentato di mettere in luce attraverso il concetto di eteronormatività dello spazio pubblico. Con il termine eteronormatività si intende la naturalizzazione dell’eterosessualità quale ‘normale’ espressione delle relazioni sessuali. Attraverso l’analisi di questo concetto, i Queer studies (http://nuke.luogoespazio.info/tabid/544/Default.aspx) hanno saputo mettere in discussione la sessualità normativa, ovvero ciò che viene considerato ‘giusto’ e ‘normale’ – e quindi acquisisce il diritto di essere manifestato all’interno dello spazio pubblico - e riflettere sulle diverse violazioni delle regole di sessualità e di genere (Wiegman, 2006). Il discorso eteronormativo è fortemente coercitivo. Nel momento in cui prescrive i comportamenti ‘da non assumere’, allo stesso tempo codifica in maniera netta i comportamenti considerati ‘normali’ e ‘giusti’. Rappresenta, per definizione, una relazione di genere, che ordina in modo binario non solo la vita sessuale, ma anche la divisione tra lavoro domestico ed extradomestico e gestione delle risorse; non definisce dunque solo la pratica sessuale normativa, ma anche il ‘normale’ modo di vivere (Jackson, 2006). L’identità eterosessuale influenza il controllo fisico dei corpi, ma anche il controllo maschile delle istituzioni statali e della cultura egemone (McDowell e Sharp, 1999); si traduce pertanto anche in una gestione degli spazi fortemente normativizzata, soprattutto per quanto riguarda la pianificazione e la progettazione degli edifici pubblici, i cui ambiti interni, che siano bagni, palestre, toilette, carceri, ecc., vengono divisi in funzione del fatto che gli utilizzatori siano uomini o donne (non LGBTIQ). Per questa ragione, molti lavori geografici analizzano come l’eterosessualità si iscriva spazialmente, ovvero come il concetto si traduca in una spazializzazione delle relazioni sociali di genere.

E allora se la componente spaziale è così importante per combattere l’omofobia e portare alla pianificazione di spazi veramente pubblici, ovvero in cui l’inclusione di alcuni soggetti non comporti automaticamente l’esclusione di altri, perché i/le geografi/e in Italia non sono mai interpellati? Forse perché a distanza di 15 anni dalla pubblicazione di Mapping desire di David Bell e Gill Valentine (evento festeggiato, ad esempio, con un convegno internazionale organizzato all’Università Paris I-Sorbonne dalla geografa Marianne Blidon il 10 e 11 giugno 2010) questo concetto è ancora sconosciuto nella geografia italiana (ci sono alcune eccezioni che fanno ben sperare ma purtroppo l’eccezione non fa la regola…) e il concetto di eteronormatività è ancora considerato una specie di ‘parolaccia’ oppure accolto con un sorriso, come un termine ‘buffo’ ‘strano’ o ‘folcloristico’ e soprattutto ‘secondario’ rispetto ad altri concetti 'più importanti' degni di essere dibattuti nei convegni scientifici.

La geografia è in buona compagnia, pare infatti che anche presso gli/le urbanisti/e (con qualche rara eccezione come, ad esempio, quella rappresentata da Silvia Macchi) la dimensione di genere sia completamente tralasciata nella pianificazione. Se qualche attenzione comincia ad essere data al ‘genere femminile’, di certo siamo ancora ben lontani da una presa in considerazione delle altre identità di genere LGBTIQ. In questa maniera, non solo non promuovendo azioni ma anche solo non pronunciando le parole, l’accademia contribuisce a legittimare l’invisibilità di questi soggetti e ad alimentare la loro esclusione. L’avvocato Francesco Bilotta, nel suo intervento al convegno romano, esortava a usare i termini, a pronunciare le parole e ad avere il coraggio di denunciare le violazioni dei diritti ma soprattutto di affrontare a diversi livelli queste tematiche. Forse è arrivato il momento che la comunità scientifica risponda a questo appello e che la geografia, in particolare, si senta chiamata in gioco e trovi il coraggio di dare, sono sicura, un importante contributo…

http://www.liberation.fr/monde/0101650339-homophobie-declaree-en-italie

 

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2 commenti...

Re: <font size="3">CHI HA PAURA DELL'ETERONORMATIVITA' SPAZIALE?</font>

Siamo ancora lontani da una vera apertura su questo argomento. Solo 40 fa' si discuteva ancora se il matrimonio avesse dovuto o meno essere indissolubile( e c'è ancora oggi chi lo crede tale...). Immaginiamoci l'effetto della confessione di omosessualità da parte di un figlio (o di una figlia), un po' come la famiglia aperta del film "Indovina chi viene a cena", in cui dei genitori progressisti e favore dei nei d'America, si mostravano meno aperti allorquando la loro figlia portò a casa un fidanzato nero. C'è un parallelismo tra razzismo e omofobia.......... la parola "omosessuale" non dovrebbe neppure essere usata, usarla significa ammettere la diversità con gli altri uomini e donne. Se è vero, in base a ciò che è detto nella nostra Costituzione, nell'articolo 3 : "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua e di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali..."

Più chiaro di così!!! basterebbe seguire quello che noi stessi abbiamo scritto nel 1946 (cioè 64 anni fa)...

Da Daniele Bordoni a   18/05/2010 12.00

Re: <font size="3">CHI HA PAURA DELL'ETERONORMATIVITA' SPAZIALE?</font>

Cosa si potrebbe aggiungere a un articolo tanto ricco e già esauriente? Mi limito a segnalare la mia sensazione: soggettivamente, provo un forte incoraggiamento a riflettere sull'idea dello spazio e sulle norme che lo regolano o lo costringono. Il desiderio, quando non è "accettato" dai più, deve nascondersi se vuole realizzarsi: gli spazi interni e occultati possono offrire occasioni per infrangere le norme (dal punto di vista maschile, le palestre, gli spogliatoi e i bagno sono luoghi in cui si celebra l'ostensione dei corpi e dove gli sguardi possono vagare e incontrarsi). L'omosessualità come il passaggio fra i sessi e i generi trova nel luogo chiuso o nascosto la sua verità come possibilità di espressione; se appare nei grandi luoghi pubblici, simbolici, virtuali e intrinsecamente falsi creati dai media, deve volgersi in caricatura per ottenere attenzione e consenso: in questo modo l'eteronormatività è salva e la verità del desiderio viene volta in masque ben accolto dal pubblico; la coppia omosessuale che si presenta come "normale" non suscita l'attenzione che i media richiedono. Bisognerebbe riflettere su questo fatto e capire se l'aspetto di queerness non sia estremamente importante, e necessario, per esprimere la verità individuale: in sostanza, non cercare di mostrarsi a tutti i costi "normali", ma sottolineare la propria capacità di infrangere o annullare le regole. Perché è proprio questo che mi sembra necessario combattere: le regole.

Da Massimo Scotti a   18/05/2010 12.01

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