sabato 21 ottobre 2017     |


Geografia e attualità

Inviato da: M T
04/07/2010 10.14

di Valeria Re

“Bienvenida a Tijuana. Tequila, sexo y marjuana” cantava Manu Chao.

Tijuana è la città del narcotraffico, dei cartelli della droga e della cruda violenza. É la città leggendaria cresciuta con il denaro e le voglie del proibizionismo statunitense. È la città di migrantes e coyotes nel rischioso viaggio verso gli Stati Uniti. I media internazionali tratteggiano un scenario denso, dipingono ritratti parziali di una città che ha molteplici volti.

Guardo fuori dal finestrino del taxi: una barriera metallica corre parallela alla carreggiata che dall’aeroporto Abelardo L. Rodriguez conduce al resto della città. Una barriera segna il confine internazionale e separa fisicamente il Messico dagli Stati Uniti. Sulla spiaggia la barda norteamericana (il “muro nordamericano”) raggiunge l’oceano e si mostra in tutto il suo sfacciato e amaro splendore. Benvenuti a Tijuana.

La barda ha storia recente. Chiudere ogni accesso al proprio territorio e sorvegliare il confine è stato principio ispiratore del governo di George Bush dei primi anni Novanta in risposta a immigrazione illegale e al traffico di sostanze stupefacenti provenienti dal vicino Messico. Dove la natura non ha gratuitamente creato ostacoli, ha prontamente provveduto l’essere umano con reti, lamine metalliche, pattuglie di confine e milioni di dollari di tecnologia. Anno 1993: completate le 14 miglia di prima barriera tra Tijuana e San Diego.

La politica della chiusura, la politica di militarizzazione del confine non è stata abbandonata nel decennio successivo, segnato irrimediabilmente dai noti fatti dell’11 settembre 2001. Anno 2009: più di 600 miglia di barriera completate sulle 1800 di lunghezza dell’intero confine, fino a 870 mila dollari di spese per ciascun miglio edificato. A Tijuana alla prima barriera si affianca una seconda: a pochi metri da me alcuni operai terminano di posizionare la nuova struttura sulla spiaggia, parallela alla prima ma più interna al territorio statunitense. Qui la politica della militarizzazione del confine ha già vinto sui propositi espressi dal Parque de la Amistad, luogo simbolo di principi beneauguranti per un futuro che non è mai divenuto presente. “Friendship Park's intended purpose is lost in fog of border war” titola Hector Tobar il 6 gennaio 2009 sul Los Angeles Times. Parco “dell’Amicizia” a cavallo della linea di confine a pochi metri dalla spiaggia, parco binazionale inaugurato dal Presidente Nixon nei lontani anni Settanta ma anche luogo di ricordi per molti abitanti della città. Carlos vi si rifugiava quando marinava la scuola, Hector vi trascorreva la domenica con la famiglia e ottimi pranzi a base di carne alla brace. Entrambi ricordano e mi parlano dei migranti residenti negli Stati Uniti che nel parco incontravano parenti e amici rimasti a Tijuana. La prima barriera ha attraversato il parco e i migranti ne hanno tagliato la trama metallica per poter almeno toccare i propri cari. In seguito alla costruzione della seconda struttura l’area è divenuta inaccessibile: del parco non rimane più niente, eccetto l’iscrizione presente da una parte e dall’altra della barda che ne ricorda ironicamente l’esistenza.

La barriera e l’associata tecnologia di videosorveglianza, l’aumento delle pattuglie di confine statunitense (Border Patrol) hanno scoraggiato molti dall’attraversamento illegale. La signora Esperanta ricorda come negli anni Ottanta la spiaggia fosse letteralmente affollata da decine e decine di migranti che, giorno e notte, tentavano di oltrepassare il confine. Oggi ai piedi della barda se ne incontrano e conoscono ancora ma si tratta di una realtà che inizialmente sfugge all’occhio estraneo, meno evidente rispetto al passato. Alcuni vivono a pochi metri dalla barriera, nella casa di Esperanta, che affitta loro le stanze da oltre vent’anni. C’è chi è stato rimpatriato e costretto a lasciare famiglia e affetti a Los Angeles o San Diego, come il ventunenne Antonio, dall’età di 3 anni illegale a San Diego con l’intera famiglia ma rimpatriato a Tijuana da un anno. “Voglio tornare a vivere la mia vita, qui non ho niente, la mia vita è là”, mi dice. A Playas de Tijuana si prova ancora ad attraversare il confine. Si attende la notte giusta osservando i movimenti delle pattuglie, si scambiano esperienze e informazioni utili, si elaborano i piani per raggiungere il territorio statunitense. Sergio e Josè vogliono superare la barda via mare, li accompagno per una prima prova del loro sea scooter, una sorta di elica a motore usata per lo più da coloro che praticano immersioni, che mi dicono avrebbe facilitato le 4/5 ore di nuoto notturno. Onde e correnti del Pacifico sono trappole insidiose ed il rischio di affogare diviene ancora più alto durante la notte, mi spiegano attentamente. Il pomeriggio successivo Sergio mi presenta Miki (anzi “Miki el ilegal” come lui stesso precisa) arrivato alla casa della signora Esperanta da poche ore, stanco e con il volto visibilmente segnato dal sole. Ha cercato di attraversare il confine 6 volte, camminando per 3 giorni e 3 notti lungo sentieri che iniziano in qualche punto nella zona più a est della città e si snodano tra le alture, quei sentieri che conoscono e percorrono solo migranti, le loro guide a pagamento – i coyotes – e le pattuglie del Border Patrol. Sole che scotta la pelle di giorno, freddo di notte. Chi non conosce la via rischia di perdersi e difficilmente sopravvivrà a sete, disidratazione, morsi di vipere e cadute tra le rocce. I racconti di Cornelio descrivono la durezza del viaggio compiuto decine e decine di volte: Cornelio è un coyote , un trafficante di persone. Fino a qualche anno fa guidava in cambio di denaro gruppi di migranti nell’attraversamento illegale, ora si limita ad organizzare, fornire informazioni e contatti entro una rete fitta che sfida la macchina statunitense: si elaborano sempre nuove tattiche, mi spiega. Anche Miki è sicuro di proseguire la sua sfida: nonostante 6 tentativi falliti e 6 rimpatri, non si rassegna e tenterà ogni notte.

Ai piedi della barda, accanto ai migranti, un’altra “assurda normalità” colpisce immediatamente il mio occhio. Un’“assurda normalità” di cui non si parla, forse perché non sembra destare sufficiente interesse ma che invece scuote con violenza.
Mi guardo intorno, cammino accanto alla barriera: circospezione in ogni mio movimento, incertezza nell’avvicinarmi e fotografarla. L’avanzata strumentazione video sorveglia dall’alto, le pattuglie di confine compaiono dall’altra parte del muro. La sensazione di controllo costante che la barriera comunica a chi le è estraneo si scontra con l’“assurda normalità” che ho intorno: scopro che ci si può abituare ad un muro che respinge e grida la volontà di controllarti, ci si può convivere. A pochi metri c’è chi pesca in riva all’oceano, famiglie e bambini in spiaggia, gruppi di amici che giocano a calcio. Agli abitanti della città l’invadente barda, imposta anche a tutti coloro che non hanno alcuna intenzione di attraversare il confine, è divenuta familiare, parte del paesaggio e dell’ambiente urbano. Mi tornano in mente le parole di Esperanta: in seguito alla costruzione della barriera quella zona del quartiere Playas de Tijuana, in particolare l’area compresa tra lungomare, belvedere e la porzione di spiaggia di cui la barda delimita un lato, è progressivamente divenuta spazio per famiglie e bambini, giovani e gruppi di amici. Comunemente conosciuta come area de cruz y polleros (“di attraversamento illegale e trafficanti di persone e droga”), quindi poco attraente per altri abitanti della città, è ora percepita e vissuta come spazio per tutti. Certo, la barriera c’è e si vede, se ne parla e si critica la politica statunitense ma per molti sembra diventare invisibile durante i piacevoli pomeriggi in compagnia trascorsi in riva all’oceano o nei pressi di lungomare e belvedere. Mi stupisco nel prendere coscienza di essere l’unica che non può evitare di sentire l’ingombrante presenza, a me tutt’altro che familiare.

Ma c’è di più. Con la barda si può giocare: tra risate e un pizzico di paura alcuni bambini corrono tra i pali e raggiungono il suolo statunitense per pochi metri: un’ingenua gara di coraggio che li diverte. La barda diviene strumento di gioco, ma diversi sono i modi di utilizzare qualche parte della struttura. Durante un allegro pomeriggio di musica e canti il gruppo La Masakre, tifosi della squadra di calcio locale, mi mostra come alla barriera si possano appendere i propri striscioni. Si canta e si sventolano bandiere ai piedi della barda, si riutilizza in modo creativo quella struttura. Quando si desidera un po’ d’ombra, i pali della barriera si trasformano in utili supporti per fissare un telo, ed ecco creato un riparo dal sole.

L’“assurda normalità” confonde ed insegna, riuscendo forse a risvegliarci dal sonno. Un sonno indotto dalla retorica della globalizzazione, retorica .potente che troppo spesso anestetizza e nasconde, sotto i nostri occhi, segnali e contraddizioni inquietanti.

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