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Geografia e attualità

Inviato da: M T
13/03/2011 17.06

di Fabrizio Eva

Nessuno lo aveva previsto e questa volta era proprio difficile prevederlo. Le manifestazioni di piazza cominciate in Tunisia e poi diffusesi velocemente in altri stati del mondo arabo sono state inaspettate e decisamente nuove per forma, slogan e resistenza.
Certo un piatto molto ricco per i mass media mondiali, soprattutto occidentali più, ancora una volta, Al Jazeera TV a svolgere il doppio ruolo (voluto?) di informatore e di attore.
Ma la lettura “globalizzata” degli avvenimenti, cioè in accordo con una visione predefinita e raccontata secondo schemi standardizzati, ha mostrato tutti i suoi limiti interpretativi. Si è sempre voluto/cercato il nesso di connessione tra i diversi accadimenti e sono state sottostimate le differenze dei contesti locali; oltre alla affannosa ricerca dello zampino del fondamentalismo islamico. Si fa troppa politologia secondo gli schemi teorici delle Relazioni Internazionali e troppo poca storia; soprattutto, purtroppo, niente geografia.
Vediamo gli elementi di reale connessione tra gli avvenimenti che da fine dicembre si susseguono nel mondo arabo. Nelle strade sono scesi i giovani, che in qualche caso hanno avuto, poi, l’appoggio di altri strati sociali e di età diverse. La prima diffusione di notizie, informazioni, inviti a mobilitarsi è avvenuta via cellulare e internet, e come ha sottolineato Dan Segre in un recente incontro, lo scambio su internet ha consentito anche ai soggetti femminili di partecipare attivamente ad un dibattito superando le limitazioni fisiche alla loro presenza negli spazi pubblici di molti paesi di cultura araba. Ma il fattore fondante della rivolta è stato lo scendere fisicamente in piazza, decidere di rischiare, mostrare cartelli con scritte brevi e richieste che sono state “rimbalzate” velocemente dalle TV del sistema mondiale, in primis Al Jazeera. Nel nostro mondo giovanile (teoricamente) super-internettizzato ciò che manca è proprio il passaggio all’occupazione fisica delle piazze oltre alla frammentazione degli obiettivi da raggiungere.
La motivazione delle proteste, semplice e accomunante, solo apparentemente non ideologica, è stata la diffusa e consolidata insofferenza verso abusi e privilegi che sono diventati sistema in strutture statali autoritarie. Questo uso e abuso dello spazio quotidiano da parte dei rappresentanti del potere e dei privilegiati.
E quando gli eventi hanno preso forma mediatica sovrastatale è accaduto l’imprevedibile, e cioè la fuga del presidente tunisino Ben Ali; poi, la spinta alla proliferazione delle proteste è stata data dal “sapore della vittoria”, come l’ha definita il prof. Parsi in un incontro all’ISPI di Milano. Un evento concreto che ha rafforzato la convinzione che fosse possibile vincere anche da altre parti.
Ma in Tunisia e poi in Egitto la neutralità dell’esercito è stata un fattore determinante. Come in ogni stato il ruolo dell’esercito è quello dell’uso legittimo della forza e se i vertici e i soldati non collaborano reprimendo le agitazioni risulta evidente che qualsiasi potere “è nudo”. In quei paesi l’esercito può essere una struttura di potere, ma i soldati non sono professionisti del controllo territoriale quotidiano come i poliziotti e sono stati infatti questi ultimi a cercare di riportare l’ordine, cioè tornare allo statu quo ante dopo qualche blanda promessa di cambiamento da parte del potere in carica. Ma in uno scontro di massa la polizia può anche perdere.

Il riferimento religioso all’islam è stato sottotraccia; scontato, ma non idea guida. E infatti anche i Fratelli Musulmani, che pure sono la forza politica religiosa più antica e strutturata, in Egitto si sono trovati a dover inseguire gli avvenimenti e non riuscire/potere orientare le manifestazioni.
A livello mediatico sono iniziati commenti e analisi sofisticate, ma l’effetto emozionale era affidato ad una tipologia di informazione veramente essenziale: brevi e brutti video da cellulare, voci confuse e frammentarie sempre da cellulare, servizi TV dal cuore delle manifestazioni, ma senza la possibilità di allargare il raggio d’azione informativa per sapere “gli altri” cosa fanno. Perché “gli altri” in tutti i casi sono stati numericamente di più dei manifestanti. Ma non importa: Al Jazeera (in arabo soprattutto) per tutti! Fine delle omogeneità/somiglianze.
A oggi, 11 marzo, quali risultati sono stati ottenuti? Molto e poco nello stesso tempo. Ben Ali in Tunisia è fuggito con la cricca dei famigli e dei più vicini; chi ha fatto carriera e fortuna col regime è rimasto, sia pure in posizione defilata. Il primo ministro si è dimesso per essere sostituito da uno più vecchio di lui, figura di spicco del regime precedente a Ben Ali. La polizia ha ricominciato a reprimere e sparare sui manifestanti. I tunisini scappano a Lampedusa scatenando dichiarazioni allarmistiche dei nostri ministri. A oggi circa 7000, mentre la Tunisia si sta gestendo una vera ondata (200000 circa in meno di 4 settimane) di lavoratori in fuga, a suo tempo immigrati in Libia, senza parlare di scenari apocalittici. Ci abbiamo messo un po’ a capire che non volevano venire “tutti qua” e che se mettevamo a disposizione in fretta aerei da trasporto era tutta gente che voleva tornare a casa propria, prevalentemente in Egitto.
In Egitto Mubarak si è dimesso e il potere (sospesa la Costituzione, stato di emergenza confermato, coprifuoco da mezzanotte alle sei) è in mano al suo vice, nominato da lui. La struttura di potere dell’esercito continua a controllare lo spazio fisico della politica e dello stato. E’ iniziato il lavoro di confronto per la modifica della costituzione e… nessuna donna fa parte della commissione incaricata. La questione copta (e del diritto delle donne musulmane di sposare anche qualcuno di altra religione) sembra non fare parte della questione democrazia. E decine di uomini hanno disperso con la violenza una manifestazione delle donne l’8 marzo.
In Libia Gheddafi non può lasciare; è la guida della rivoluzione e la struttura politica e dell’esercito sono sotto il suo controllo. E infatti non esita ad usare esercito e mercenari, e i pochi casi di defezione ci dicono che il grosso dell’esercito per il momento sta con lui. La situazione libica è un caso storico-geografico che andrebbe trattato differentemente da quelli tunisino e egiziano, ma per farlo bisognerebbe abbandonare le visioni precostituite e conoscere bene il contesto locale senza essere preda degli aspetti simbolici e emozionali. La struttura sociale di buona parte della popolazione non urbana è ancora fondata sul sangue e sull’onore del clan con una antichissima storia di separazione (dei legami sociali) tra la Cirenaica a est e la Tripolitania a ovest. E la Cirenaica è il territorio della confraternita dei senussi, resistenti al colonialismo italiano, da cui veniva la famiglia reale (non a caso i libici all’estero e i rivoltosi sventolano la bandiera reale pre-Gheddafi), e ripetutamente ha manifestato (anche violentemente) contro il regime in passato. Una guida della rivoluzione non può perdere la faccia e infatti Gheddafi il 22 febbraio ha fatto un discorso tutto simbolico/ideologico con grottesche considerazioni che i manifestanti sono giovanissimi (e li perdona) manovrati da altri (in combutta con gli stranieri) che li hanno drogati!!
Discorsi ripetuti, poi, cercando di solleticare le paure degli occidentali: arriva Al Qaeda, arrivano ondate di immigrati, dopo di me il caos e niente più gas e petrolio.
E la comunità internazionale (cioè quei pochi paesi che contano e hanno sistemi militari più potenti) sono lenti nel decidere se mollare concretamente Gheddafi e passare dalle parole a qualche fatto. Intanto l’unica cosa a cui riescono a pensare è alla opzione militare (limitata) e muovono navi e aerei avvicinandoli alle coste libiche. E i nostri quotidiani italiani aggiungono spesso modellini di navi e soprattutto di caccia bombardieri alle carte libiche che pubblicano. L’opzione No-fly Zone diventa così sempre più ovvia e sostenuta dal consenso dell’opinione pubblica. E’ tecnologica (chirurgica, no?), non tocchi il suolo (solo le bombe o i missili umanitari), il pilota è al sicuro, siamo sicuramente i più forti. Il classico veni, vidi, vici che prima e sulla carta funziona e convince sempre.
Una novità (10 marzo) è la decisione francese di riconoscere il comitato rivoluzionario di Bengasi come unico rappresentante libico. Posizione chiara e non ambigua come quella italiana che finge di non sapere che inviare una nave pattugliatore militare con lagunari armati a bordo anche se si inviano tonnellate di aiuti umanitari rappresenta una violazione delle acque territoriali di uno stato sovrano il cui governo (che continuiamo a riconoscere) non ci ha autorizzato.

E nel resto del mondo arabo? Vediamo le differenze caso per caso prendendo in considerazione cosa è successo o succede fisicamente nel territorio (scontando l’imprecisione di quello che si viene a sapere), il ruolo dell’esercito e gli elementi simbolici specifici dello stato considerato.
Manifestazioni di piazza in veloce sequenza sono avvenute anche nello Yemen, in Giordania, Sudan, Siria (poca cosa come in Marocco), Bahrein; infine in Iran.
E’ da evidenziare l’assordante silenzio palestinese (anche se proteste ci sono state, ma non rilanciate dai media internazionali) e soprattutto la novità che nessuna delle piazze arabe usa la causa palestinese come riferimento ideologico, anche se qualche slogan anti USA e soprattutto contro Israele viene lanciato. Ma si tratta di marginalità.

I contesti locali sono molto differenti e la contemporaneità è dovuta solo allo stimolo mediatico; che però non può, da solo, dare forza e resistenza a realtà locali deboli.
In Libano e Marocco la dinamica politica interna ha una sua articolata possibilità di muoversi per cui la situazione è ferma e difficilmente ci saranno novità. In Siria dopo le prime avvisaglie il sistema di controllo preventivo (internet normalmente limitato, controllo delle comunicazioni, prelevare e intimidire gli “agitatori”, rete collaudata di informatori, ecc.) è stato attivato con successo.
In Giordania le problematiche sono tutte interne e si giocano tra i giordani “veri” e la consistente presenza palestinese. Il re ha cambiato subito il primo ministro ed è un re giovane, che ancora suscita aspettative di cambiamento, oltre ad essere di una famiglia “hascemita”, cioè che discende dal profeta. I re hascemiti (come anche il re del Marocco) non si cacciano con manifestazioni di piazza: ci vuole un colpo di stato “modernista” che li elimini o li cacci. Ma non siamo più negli anni ’50 e ’60. In Sudan poche manifestazioni e con scarse possibilità di successo, ma il presidente Al Bashir ha dichiarato autonomamente che non si presenterà alle prossime elezioni presidenziali. Nello Yemen la situazione è in parte più simile a quella tunisina e egiziana, ma complicata da strutture claniche ancora forti e potenti (nella lealtà come nelle reciproche ostilità) e da una divisione religiosa per clan che vede un secolare confronto tra sunniti, sciiti, kharigiti e altri. Cambiamenti politici di vertice (nuovo presidente) verranno più facilmente da accordi di potere seconde le forme tradizionali anche se, forse, grazie alla spinta popolare.
In Bahrein il confronto è quello primario nel mondo musulmano e cioè tra sunniti e sciiti. In uno stato governato autocraticamente da una dinastia sunnita dalla fine del 1700 la maggioranza sciita della popolazione, anche se ha una rappresentanza politica riconosciuta, non accede mai a cariche e a posizioni di potere. E’ la stessa situazione degli altri emirati e potrà essere gestita a seconda delle capacità/abilità dei singoli emiri; e qualche emiro è stato molto attivo e abile, non per caso Gheddafi si è riferito esplicitamente, accusandolo, all’emiro del Qatar che ha voluto e controlla Al Jazeera (oltre a dare agli USA spazio per una base di supporto logistico alle operazioni in Medio Oriente). La soluzione (maggiore rappresentanza e condivisione almeno parziale del potere con gli sciiti all’interno di monarchie almeno un poco costituzionali) potrà avvenire anche qui più da negoziazioni, sia interne che allargate agli altri emirati, per vie tradizionali. Certo l’effetto trascinamento dei “successi” in Tunisia e Egitto ha avuto il suo peso. Per l’Arabia Saudita il pericolo più che dalla piazza può venire dai principi maschi (sono più di 7000) di qualche sottogruppo del grande clan dominante degli Al Saud; insomma, una questione dinastica piuttosto che una rivolta di piazza. Il vecchio re ha promesso elargizioni e sussidi per 36 miliardi di dollari!
Del tutto a parte il caso iraniano che già da qualche hanno vede un crescente scontro politico interno e che ben conosciamo sotto il nome di Onda Verde. Un movimento pesantemente represso dal regime teocratico, e per questo in fase di comprensibile “stanchezza”, che ha trovato nel sapore di vittoria la motivazione per una ripresa delle rivendicazioni. Ma con esiti difficili perché l’Occidente si limita a diffondere le immagini, ma fa poco o niente per sostenere il movimento. Più interessato alla questione nucleare (incerta e poco pericolosa in tempi brevi; ostacolabile con l’inserimento di un virus informatico, come successo), alle due navi militari iraniane che passano il canale di Suez, piuttosto che a fare la voce grossa in difesa di chi viene condannato a morte o a lunghe detenzioni per aver manifestato in piazza.
Sui casi di Iran e Libia la comunità internazionale potrebbe avere un ruolo, ma con dichiarazioni forti (richiesta di avviare subito riforme costituzionali e dare riconoscimento politico ai leader di opposizione), che non escludano azioni rapide (embargo, sostegno “elettronico” agli insorti per le comunicazioni). Senza dare solo la priorità all’unica “merce” che interessa all’occidente: i propri cittadini. Il messaggio (al governo in carica) sarebbe, come sempre, salvati i nostri fate quello che volete degli altri.
Resta solo da rilevare l’isolamento (e la preoccupazione) di Israele; se si innesca un processo di cambiamento anche solo parzialmente democratico nel mondo arabo basterà sventolare lo spauracchio del cattivissimo Iran per sostenere la parte dell’unica democrazia dell’area? E un nuovo governo egiziano più democratico che non collabori più all’assedio di Gaza che effetti provocherà? Intanto (10 marzo) Israele ha autorizzato l’entrata a Gaza di materiale da costruzione che non poteva passare da più di tre anni. Qualcuno finalmente potrà ricostruire la casa distrutta dall’aviazione israeliana due anni fa. Notizia da prima pagina che invece bisogna incrociare casualmente sulla solita Al Jazeera International. Quando la tua vita quotidiana comincia a essere più decente magari poi presti più attenzione ai privilegi/soprusi di qualcuno o di molti di Hamas.

Una cosa è certa: la contemporaneità delle proteste, grandi o piccole che siano, nel mondo arabo e la tipologia delle richieste sono una novità che vivacizza le dinamiche politiche in un mondo considerato finora (soprattutto dall’Occidente) come culturalmente statico, arretrato e refrattario alla democrazia. Credo che difficilmente si potrà tornare alla situazione precedente.

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1 commenti...

Re: <font size=3">MONDO ARABO IN EBOLLIZIONE: GRANDI SPERANZE, POCHI RISULTATI (PER ORA)? LA FISICITA' DELLO SPAZIO CONTA SEMPRE </font>

Grazie per l'attenta analisi, che contribuisce a spezzare il silenzio generale dei geografi su queste vicende.

posso fare una domanda, di cui ignoro la risposta? Esiste un rapporto tra quanto accaduto in Egitto, e gli eventi del Sud-Sudan?

Grazie. Michele Castelnovi, Genova.

Da M.Castelnovi a   29/03/2011 20.56

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